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Digressione

Xiaomi Yi, ecco la Action Cam che avevi sempre desiderato!

Action cam. Per alcuni un oggetto di sommo interesse, per altri parolaccia in incomprensibile idioma assiro-esquimese. La recensione che oggi faremo, forse la più dettagliata mai fatta, ha come oggetto proprio una action cam, o detta all’italiana, videocamera sportiva (o d’azione).

In particolare la action cam che andremo a recensire oggi è la notissima Xiaomi Yi Sport Camera. Alcuni si chiederanno “Notissima !?! Parliamone…” e in fondo potrebbero avere ragione, tuttavia questo modello di action cam sta facendo davvero parlare moltissimo di se, e nell’ambiente più geek questo aggeggio ha già i suoi cultori e fans sfegatati. Continua a leggere →

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Don Mccullin….storie di morte e crudeltà.

Ci ritroviamo ancora insieme per il nostro appuntamento con la storia, e con quelli che la storia l’hanno fatta, fotograficamente parlando s’intende. Oggi sarà con noi un uomo davvero molto conosciuto grazie alle sue magnifiche doti di fotoreporter e fotogiornalista. E’ inglese, e anche lui è nato nel Novecento, prendendo anche parte personalmente ai maggiori conflitti del secolo….divenuto poi uno dei soggetti più conosciuti delle sue fotografie.
E’ oggi con noi mister Don Mccullin (1935 – ), uno dei nomi più conosciuti dell’ambiente reportage, spesso considerato l’erede unico del mitico Robert Capa per la profondità e la notevole importanza e spessore artistico delle sue foto.


D: Un benvenuto a lei, signor Mccullin…so che ora vive nella sua residenza di Somerset, ritirato dal mondo fotografico “ufficiale“, spero sia di suo gradimento l’umile accoglienza che le offriamo.
R: Certo che è di mio gradimento, vi ringrazio. Al giorno d’oggi sono pochi quelli che mi intervistano per parlare del mio modo di vedere la fotografia nella sua interezza, nella sua totalità. Troppo spesso vengo chiamato e intervistato da gente inesperta, che non sa nulla di fotografia, e comunque pretende di spiegare le cose a modo suo, senza cognizione di causa insomma. Mi fa molto piacere essere qui con voi oggi.

D: Signor Mccullin lei ha vissuto potremmo dire quasi “due secoli” in quanto ha vissuto in prima persona gli avvenimenti più importanti del secolo scorso e sta vivendo anche quelli di oggi. Ci può dare qualche veloce notizia circa la sua vita, come nasce il Mccullin fotografo?

R: Il Mccullin, prima ancora che fotografo, è un semplice cittadino britannico. Il mio nome completo è Donald Mccullin, ma tutti ormai mi conoscono come Don, diminutivo molto diffuso nella mia terra d’origine. Sono nato a Finsbury Park (sobborgo Nord di Londra), il 9 ottobre 1935. Sono nato in un posto malfamato, dove la violenza, l’ignoranza, la puzza, il bigottismo, erano qualcosa di quotidiano e normale. In famiglia eravamo 5, ma vivevamo in due cameroni in un seminterrato di un palazzone decrepito. Mio padre morì quando io ero ancora un ragazzino, avevo 13 anni, e non mi dimenticherò più finchè morirò le urla dei miei fratelli e di mia madre sul corpo ormai senza vita di mio padre.
Non li dimenticherò mai più. Mai.
Mia madre vista la situazione terribile in cui ci trovavamo decise di affidarci a famiglie che stavano meglio di noi….fu così che mia sorella fu affidata a una famiglia borghese e io andai a vivere in una fattoria a Somerset. Mio fratello invece si arruolò nella Legione Straniera e non lo rivedemmo più.
Fatto più grandicello mi arruolai nella RAF ( Royal Air Force ) britannica. Volevo diventare fotografo dell’aviazione e così venni mandato nel 1956 nella zona del Canale di Suez. Tuttavia non riuscii a passare l’esame di teoria necessario a ottenere il titolo di fotografo e così mi assunsero per lavorare in camera oscura, nello sviluppo delle pellicole. Non mi è mai piaciuto studiare, ho lasciato la scuola a 15 anni, ma in alcuni casi ho rimpianto il non aver voluto trarre il massimo dai miei studi.
E fu così che nacque il Mccullin fotografo.

D: Successivamente lei ha realizzato dei reportage sulla vita delinquenziale della sua città e non solo…vuole parlarcene?

R: Certo. Dopo essere tornato dall’esperienza nella RAF, riuscii a comprarmi la mia prima macchina fotografica, una Rolleicord biottica, che però tempo dopo dovetti dare in pegno per una situazione di estrema povertà familiare. Sarà proprio una macchina fotografica, una Nikon F2, a salvarmi la vita deviando un proiettile di un kalashnikov AK47 diretto proprio alla mia testa, durante un combattimento al quale presi parte come reporter.
Fu con quella macchina fotografica che scattai delle foto alla gang del mio quartiere, i cosiddetti “The Guvners“… una delle foto che scattai rappresentava l’assassinio di un poliziotto da parte di un membro della gang. Tale reportage poi finì su un giornale, il “The Observer“.
Ho lavorato per quel giornale per alcuni anni, e furono proprio i dirigenti di quel giornale che mi proposero di coprire la guerra di Cipro nel ’64. Sarà l’inizio della mia carriera di fotografo di guerra.

D: Come ha già anticipato, la copertura della guerra di Cipro darà l’inizio alla sua carriera come reporter di guerra, occupazione che le ha permesso di viaggiare molto e vivere in prima persona numerosissime esperienze drammatiche…
R: Drammatiche è dire poco. Ho viaggiato molto, è vero, ma mai con il piacere di un viaggio spensierato. Io sapevo di viaggiare verso luoghi di morte, verso luoghi di depravazione e annientamento dell’essere umano. Ho raccontato attraverso le mie foto la guerra nel Biafra ( ex-stato in Nigeria ), Congo belga, Bangladesh, la guerra civile libanese, Uganda, Phnom Penh, El Salvador, l’invasione russa dell’Afghanistan. Sono tutte esperienze che mi hanno segnato, mentalmente e fisicamente.

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D: Si, perchè c’è da dire che lei ha corso numerosissimi pericoli mortali documentando queste guerre…
R: Ho rischiato più volte di morire, è vero. Una volta mi stavano per accoltellare mentre cercavo di passare un posto di blocco musulmano a Beirut, sono stato accecato da una carica di gas CS durante una sommossa a Derry in Irlanda del Nord, o ancora mi sono beccato dei frammenti di mortaio nelle mie carni in Cambogia. Sono tutti segni fisici che porto con me ovunque vado, e mi ricordano quotidianamente quanto male i miei occhi hanno visto e quanta malvagità il mio corpo stesso ha avuto modo di sperimentare. L’esperienza più trumatica, tuttavia, risale a quando fui catturato dai teppisti di Idi Amin in Uganda, e portato in un carcere famigerato per la crudeltà con cui ammazzavano i prigionieri….semplicemente gli spaccavano le teste con dei martelli. Sono tutti ricordi che mi assalgono spesso, come incubi, e di cui non credo riuscirò mai a liberarmi. Ho avuto una vita difficile, e in parte questo è dipeso dalle mie scelte, fatto sta che posso affermare di aver visto pià volte cosa significa davvero, nel più profondo senso, la parola terrore.
All’epoca succedeva che a volte facevo strani incubi, nei quali sognavo di riportare a casa non rullini fotografici, ma pezzi di carne umana, brandelli di quello che i miei occhi quotidianamente vedevano e tentavano di dimenticare e sopprimere nell’oblio dei sensi di colpa.

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D: Oggi ha abbandonato il mondo del reportage di guerra, so che si dedica a paesaggi nella sua terra d’origine ma non solo…
R: Non ne potevo più di quel mondo, di vivere tra i cadaveri, di rappresentare la morte. Non credo e non ho mai creduto nell’ipocrisa diffusa che ritiene che scattare foto ai morti e alla guerra sia un modo per condividere quella che è la guerra con il mondo, informando. No, noi reporter di guerra abbiamo usato a nostro vantaggio la morte….l’abbiamo sfidata sì, ma solo per interesse personale. Odio l’ipocrisia. E parimenti odio i moderni network che pur di fare notizia arrivano a una bassezza vomitevole. Ho visto inviati di importanti testate giornalistiche fare riprese e discorrere tranquillamente mentre calpestavano cadaveri di soldati e di civili, senza pudore li pestavano, e ci passavano sopra. Questo è anche uno dei motivi che mi ha fatto lasciare il mondo giornalistico per dedicarmi a una fotografia più serena e privata.
Come ha ben detto, oggi mi occupo di fotografia di paesaggi…paesaggi invernali, senza persone, pieni e intrisi di quella bellezza naturale, di quella vita che per troppo tempo ho evitato, accompagnandomi alla sorella più macabra, la morte.

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D: …oltre ai paesaggi, so che ha sviluppato anche dei lavori di stampo etnografico su alcune tribù africane….
R: Si, è parecchio ormai che ho intrapreso questo progetto. Sono diventato anziano, ora mi dedico a progetti diversi, anche se la violenza continua a serpeggiare intorno a me. Credo che non mi abbandonerà mai. Come ha ben detto, ho sviluppato dei lavori che vogliono documentare la situazione di alcune tribù africane dell’Etiopia del sud, dove ancora la “civiltà” del XXI secolo non è ancora arrivata, dove c’è gente che ha poco, pochissimo, ma ha ancora dignità e onore da vendere. La violenza mi ha trovato anche là, dove gli uomini in cambio delle foto chiedevano soldi, non per loro, per il loro cibo, per le loro case, per i loro abiti. No. Soldi per i loro kalashnikov, unico mezzo che hanno per difendere le loro terre e i loro pascoli da coloro che vogliono portarglieli via.
Credo che la violenza non mi abbandonerà mai. Mai.
Questa è la mia vita. E la mia fotografia.

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N.B. se vuoi approfondire la conoscenza sul maestro Mccullin puoi visitare queste pagine :
 – Su NITAL.IT puoi leggere un’intervista molto bella a proposito della scelta dei paesaggi ;
– Sul sito del Guardian puoi vedere un video con un’intervista dal vivo e altre foto del maestro….

Fonti fotografiche : Web

Per leggere le precedenti interviste con i Grandi Maestri clicca Qui..: “The Sunday of Great Masters”
Vi ringrazio per la lettura, a presto, sempre qui….sempre su On50mm Blog Fotografico.

L’intervista oggetto dell’articolo è frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se basata su fatti e argomenti veri e realmente accaduti. © Giorgio Casiello
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In viaggio tra le antiche terre di Marco Polo…con Michael Yamashita.

Ben ritrovati ancora in nostra compagnia, con il nostro solito e atteso appuntamento con “The Sunday of Great Masters“…!!
Oggi abbiamo in serbo per voi un’intervista davvero molto speciale, con un fotografo davvero molto speciale, diretto rappresentate di una rivista anch’essa molto speciale…
Stiamo parlando del grandioso maestroMichael Yamashita(1949 – ) , uno dei maggiori inviati del National Geographic, tra i massimi esponenti nel campo del fotogiornalismo moderno e del reportage. Famosissime in ogni parte del globo le sue “rievocazioni” fotografiche dei grandi viaggi della storia, come ad esempio quello di Marco Polo.

Appena arrivato da un lungo viaggio dall’oriente è qui con noi mister Michael Yamashita….!

D:Buonasera signor Yamashita, è molto bello che lei abbia accettato il mio invito…non è da tutti mettere da parte gli impegni e le mille cose da fare per potersi concedere a una chiacchierata tra amici, volta a una maggiore conoscenza della sua esperienza di vita e lavorativa…
R: Oh, mio buon amico, buonasera a te, e a tutti coloro che mi onorano leggendo le mie parole. Non sono altro che un semplice uomo, e devo ringraziare la mia passione se sono dove sono oggi. Solo questa.

D:La sua semplicità e umiltà le fanno molto onore….vorrebbe parlarci in breve della sua gioventù…magari di come si è innamorato di quell’arte che poi l’ha reso celebre?
R:Per me è sempre un grande piacere ricordare le mie origini, da dove sono venuto…e da dove sono partito. Sono nato nel1949 a San Francisco, in California, dalla terza generazione di una famiglia di origini giapponesi….ho avuto un’infanzia nella norma, tranquilla, senza particolari eventi clamorosamente eccitanti. Successivamente mi sono laureato alla Wesleyan Universityin “Studi Asiatici“, in quanto amavo davvero molto la cultura e tutto ciò che provenisse dall’Asia, terra d’origine della mia famiglia, terra di cui ancora orgogliosamente conservo i ricordi accumulati nei vari viaggi, ricordi celati non solo in vecchi album polverosi, ma anche nella mia mente, sempre pronti a tornare vivi come reali poichè il mio cuore sa di essere legato imprescindibilmente a quella terra, a quei suoni, a quel mondo stupendo e lontano.
Come ho detto ero un grande appassionato della cultura asiatica così presi la decisione, appena laureato, si fare un bel viaggio proprio in Giappone. Era il lontano 1971quando presi questa inaspettata decisione. Avrei fatto un lungo viaggio attraverso l’Asia, e non vedevo l’ora. Portai con me una piccola macchina fotografica analogica (anche perchè all’epoca non esisteva il digitale), e fu così che scattando e scattando iniziai a sentire un voglia che non avevo mai sofferto prima di partire per quel viaggio. Era una vogliaimpertinente, che mi spingeva a portare l’obiettivo sull’asse dei miei occhi più spesso di quanto immaginassi….capii allora di essermi innamorato. Il mio amore era assai particolare e assai dolce, il suo nome era “Fotografia“. Ho viaggiato per ben sette anni in lungo e in largo per il Giappone, grazie anche alla parlata fluente della lingua che mi permetteva di unirmi a quella gente senza sembrare uno straniero, scoprendone aspetti e micromondi ancora sconosciuti e molto molto particolari.

D:La sua passione per la fotografia gli ha permesso di coltivare anche il suo spirito “viaggiatore”…giusto?
R: Certo…prima di essere un fotografo sono stato, e sono ancora, un grande viaggiatore. Amo il viaggio per tutti gli aspetti che il viaggio comporta…la conoscenza, il rischio, la scoperta, l’attesa, il nuovo, il diverso, il confronto. Sono molto legato al viaggio, e proprio grazie alla fotografia ho potuto unire i miei due grandi interessi, il mondo asiatico e la fotografia, assieme al viaggio. Per me questa simbiotica unione rappresenta tutto.

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D: Tornato in patria, in America, iniziò la sua collaborazione con il NG
R: Esatto. Iniziai a collaborare con il NG che, vedendo alcuni miei scatti del viaggio in Giappone rimase incuriosito e quindi mi chiese altre collaborazioni. Fu così che trasformai la mia passione per la fotografia in un vero e propriolavoro a tempo pieno, molto molto soddisfacente, ma allo stesso tempo così pieno da lasciare poco spazio per il resto del mio mondo personale. Un progetto che ho a cuore, che ho intrapreso da molti anni ormai, è stato portato a termine proprio grazie alla collaborazione del NG. Tale lavoro è consistito nel ripercorrere le rotte dei grandi viaggiatori del passato, come ad esempio il grande Marco Polo, oppure il poeta itinerante Basho, o infine l’esploratore cinese Zheng He.

D:Questi lavori che ha presentato le hanno portato molte onoreficenze e anche molta notorietà, vuole raccontarci quello probabilmente più importante dei tre, il viaggio sulle rotte di Marco Polo ?
R: Marco Polo è un personaggio che mi ha sempre affascinato molto. Era di origini veneziane e piuttosto che cullarsi nell’agiatezza che la condizione di mercante gli permetteva di avere all’epoca, ha rischiato la vita, e tutto quello che aveva, per scoprire nuove rotte, nuovi mondi, nuovi orizzonti. E’ davvero un personaggio speciale. Ho ripercorso il suo viaggio fin dalla sua città d’origine, Venezia, proseguendo per paesi come il Catai (dove aveva sede la reggia del sovrano Khubilai Khan) per passare poi in territorio Indiano e Indonesiano. L’idea di questo lavoro di reportage fuori dal comune mi venne pensando alle terre che più amo e alle quali più sono legato, ossia l’Asia e l’Italia. Il vostro è un paese meraviglioso e sono davvero felice di poter trascorrere lunghi momenti felici in compagnia dei vostri allegri e solari conterranei, anche in momenti di pausa, quando vengo in Italia con la mia famiglia per qualche momento di relax. Dicevo….leggendo “Il Milione” di Marco Polo ho colto al volo quel legame che il viaggio tendeva tra questi due meravigliosi paesi e ho voluto ripercorrere dal vivo il suo viaggio, cercando sempre di cogliere nei posti che visitavo le antiche pulsioni, gli antichi scenari, le antiche azioni quotidiane che la modernità non aveva ancora cancellato, come ad esempioi barcaioli nella Venezia più antica, o le scene di addomesticamento dei cavalli nella Mongolia.
E’ un viaggio che ho fatto seguendo il diario del 1299di Marco, come se fosse lui, giorno per giorno, a indicarmi la strada….e non sai che grande stupore nel ritrovarsi ancora perfettamente con i luoghi da lui descritti come ad esempio le lande desolate della Mongolia, o i templi indù nell’India più fanaticamente religiosa. Ho viaggiato attraverso 10 paesi diversi, 10 culture diverse, ma infiniti mondi sconosciuti e spettacolari.

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D:So anche che le piace molto insegnare piuttosto che concentrarsi esclusivamente nella professione fotografica…
R: Insegnare mi piace tantissimo, è vero. Tengo anche regolarmente dei workshopqui in Italia sà??…Mi piace molto rapportarmi con gli studenti, sempre carichi di domande, di riflessioni, di idee….Spesso quando ci si ritrova con fotografi di un certo livello, di caratura internazionale, si scambiano opinioni sui luoghi visitati, sui soggetti, sul “funzionamento” di un certo scatto….invece con gli studenti è completamente diverso….è tutto molto più profondo e interessante. Si discute spesso di luce, di inquadrature, di scelta della migliore composizione, di idee….confrontarmi con loro è una delle cose che mi spinge con energia a continuare il percorso di insegnamento che ho intrapreso.

D:Oltre al lavoro sul percorso di questi grandi personaggi del passato ha svolto altri lavori per il pubblico, fotograficamente parlando ?
R: Bè si, certo. La mia carriera è iniziata più di 30 anni fa e ho avuto modo di approfondire diverse tematiche…Come lavori potrei citarle ad esempio uno bellissimo che mi è piaciuto davvero tanto, portato a termine anche con la collaborazione di mia moglie per la parte narrativa, sui giardini giapponesi. Come ho detto in precedenza amo la cultura orientale e i giardini giapponesi hanno un qualcosa di estremamente vivo, vitale, rilassante, emozionante. Grazie a quel lavoro, e alla relativa pubblicazione in forma cartacea, ho ricevuto vari premi nell’ambito internazionale. Potrei citare altri lavori…mi viene in mente ad esempio il lavoro svolto per il NG, ripercorrendo le rive del fiume Mekongdalla sua sacra fonte fino al suo sbocco nel mare del Sud della Cina. Ho pubblicato infine numerosi libri sulle varie esperienze di viaggio e sui vari posti visitati..sono molto belli e ne vado particolarmente fiero.
In fondo questi racchiudono in una dimensione portatile tutto il bello che ho sperimentato e bloccato con un click nella mia vita. Perchè la mia fotografia è intrecciata con la mia vita, essa  ne è la sorella e allo stesso tempo madre e figlia.

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N.B. se vuoi visualizzare altri lavori del maestro Yamashita visita il suo sito : Michael Yamashita.
Su NITAL.IT puoi leggere un’intervista molto bella di Yamashita a proposito del lavoro su Marco Polo.

Fonti fotografiche : Web

Per leggere le precedenti interviste con i Grandi Maestri clicca Qui..: “The Sunday of Great Masters”
Vi ringrazio per la lettura, a presto, sempre qui….sempre su On50mm Blog Fotografico.

L’intervista oggetto dell’articolo è frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se basata su fatti e argomenti veri e realmente accaduti. © Giorgio Casiello
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Steve McCurry…ti rivelo il mondo con un click.

steve mccurry

Bentornati cari lettori di On50mm anche questa domenica, per il nostro consueto appuntamento con il “Sunday of Great Masters”. Oggi abbiamo come soggetto della tipica intervista immaginaria un mito, a detta di molti ad oggi il fotografo più conosciuto e apprezzato, di fama mondiale e mondiale esperienza.
Stiamo parlando del grande Steve McCurry (1950 – ), nome eccellente nel panorama fotograficointernazionale e nostro “ospite” odierno.
Si è distinto in vari ambiti, in particolare come fotoreporter, regalandoci immagini che, per la loro potenza comunicativa, sono entrate nei libri di tutto il mondo.

D: Diamo un solenne benvenuto al nostro ospite di questa domenica…il grande Steve McCurry !!

steve mccurry

R: Oh, grazie mille del caldo benvenuto….voi Italiani siete sempre molto ospitali, mi sento a casa qui….

D:Mister McCurry è un grande piacere per me, e per tutti noi, averla qui….vuole parlarci della sua gioventù…le prime passioni…gli espedienti…i viaggi ?
R: Ma certo…Innanzitutto vorrei presentarmi per bene….mi chiamo Steve McCurry e sono nato il 24 Febbraio del 1950 in una città abbastanza attiva e irrequieta, Philadelphia. Nella fase della mia gioventù, assai tranquilla direi, maturai una grandissima passione per il cinema, che mi portò in seguito a iscrivermi, tempo dopo, alla “Penn State University to study cinematography and filmmaking”, una università prestigiosa che mi ha dato davvero moltissime basi per tutto il lavoro che ho fatto a seguire. Prima di iniziare l’università tuttavia ho fatto piccoli lavoretti, come il cuoco ad esempio, che mi hanno anche permesso di girare un po’ il mondo…visitare posti nuovi e sempre diversi. Tornato a casa frequentai l’università con grande passione e entusiasmo, laureandomi con il massimo dei voti e la lode accademica nel ramo dell’arte teatrale.

D:Il passo tra passione cinematografica e teatrale è breve no..!?!
R:Bè si…in effetti quella passione, forte, potente, affascinante e intrigante per la fotografia nacque solo alcuni anni dopo. Nel mentre frequentavo l’università iniziai a collaborare con un giornale fatto dagli studenti, una sorta di giornale universitario, dove io ero incaricato di procurare le foto per gli articoli. Fu quindi grazie alla mia collaborazione per il The Daily Collegian che tutto è iniziato.
Spesso le vere occasioni di una vita non si presentano in una forma pomposa e esagerata, ma piuttosto sotto forme semplici e imprevedibili, legate anche a una certa dose di fortuna.

D:Come è iniziata la sua carriera fotografica?
R: Dopo le prime esperienze in patria decisi di fare una scelta azzardata ma consapevole, un viaggio in Indiacome freelance. Devo tanto all’India, è qui che ho imparato quello che sui libri nessuno può trovare…l’amore per la fotografia e la capacità di aspettare…Potrei autocitarmi…: “Se sai aspettare, la gente si dimenticherà della tua macchina fotografica e il loro animo più profondo si mostrerà“. E’ questo che fa la differenza tra uno scatto “da turista“, e uno scatto che con una sola occhiata ti penetra come una lancia attraverso il petto. E’ questo che mi ha lasciato l’india, insieme a tanti, profondi e indimenticabili, ricordi.

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D:Ma il vero trampolino di lancio per la sua carriera fotografica è stato un altro viaggio….
steve mccurry

R:Il vero trampolino di lancio, se così possiamo chiamarlo, è stao infatti il viaggio che feci in Afghanistan. E’ stata una delle esperienze più forti e importanti della mia vita. Ricordo ancora quando decisi di partire, con quella dose costante di adrenalina e paura, quel sapore strano…E’ successo poco prima dell’invasione da parte dei comunisti russi in Afghanistan. In quel periodo i confini erano controllati da truppe armate di ribelli e io per poter entrare in Afghanistan mi sono travestito con abiti natali, camuffandomi un po’, e al rientro mi sono cucito addosso, o meglio in alcune pieghe nascoste dei vestiti, i rullini con tutti gli scatti.
Non era come oggi che in una scheda di memoria piccola come una scatola di fiammiferi ci metti milioni di foto…in Afghanistan ogni scatto andava scelto con cura. La cosa che mi colpisce dei teatri di guerra non sono tanto i disastri materiali della guerra, ma piuttosto quello che la guerra produce sul volto della gente, sul loro modo di vivere, sull’essenza stessa di uomo costretto a nascondersi, a fuggire, a morire. Portando ancora una mia citazione : “La maggior parte delle mie immagini sono radicate nelle persone. Cerco il momento inaspettato, quando l’essenza dell’uomo fà capolino, quando l’esperienza appare incisa sul viso di una persona. Cerco di trasmettere ciò che significa essere quella persona, una persona appartenente a un panorama più ampio, che si potrebbe chiamare condizione umana “.

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D: E’ stato in Afghanistan che ha scattato forse la sua foto più celebre…considerata da alcuni critici d’arte mondiali la foto più “riconoscibile” e riconosciuta al mondo.
R:Fu esattamente in un campo profughi vicino Peshawar, in Pakistan, che incontrai quella ragazza. Mi colpi, afferrandomi e ipnotizzandomi con i suoi occhi, e così decisi di ritrarla. Fino ad allora quella ragazza non aveva mai visto una macchina fotografica, e ne rimase stupita e affascinata. Per 17anni l’identità di quella stupenda ragazza è rimasta ignota, fin quando io con unatroupe di altri giornalisti del National Geographic siamo tornati in Pakistan e, con una buona dose di fortuna e qualche contatto del luogo l’abbiamo ritrovata. Il suo nome è Sharbat Gula. Diventata famosa senza saperlo, aveva continuato la sua vita tranquillamente, ignorando di essere conosciuta invece in tutto il mondo grazie alla mia foto.
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D:Grazie ai suoi lavori come fotoreporter ha ricevuto numerosi e prestigiosissimi premi e riconoscimenti…

R:I primi riconoscimenti arrivarono appena mandai i primi rullini sull’afghanistan e sull’india, mentre l’ingaggio per il National Geographic arrivò sempre in quel periodo, con addirittura una copertina ( quella con la ragazza afghana ), che dati alla mano risulta essere il numero del NG più conosciuto e venduto di sempre.

Ho continuato comunque a lavorare in altri teatri di guerra e in luoghi molto particolari, come la Cambogia, Beirut, la Guerra del Golfo, l’Iraq, il Kuwait, lo Yemen e il Tibet.
Appena tornato dall’Afghanistan ricevetti in premio per il coraggioe per la capacità di raccontare quello che succedeva in quei luoghi, la medaglia d’oro del Premio Robert Capa, premio importantissimo a livello mondiale.
Altri premi si sono succeduti nella mia lunga carriera, numerosi e sempre di grande valenza … ne vado molto fiero e allo stesso tempo questo mi spinge a fare sempre di più e meglio.
Altro grande onore per me è essere entrato nell’agenzia Magnum Photo, una vera grande famiglia, che mi ha permesso di conoscere anche il grandissimo Henri Cartier Bresson, con il quale ho avuto modo in parecchie occasioni di confrontarmi .
D:Ha scritto anche alcuni libri, corredati da numerose immagini…vorrebbe consigliarne qualcuno ?
R: SI, ho anche scritto parecchi libri, perlopiù libri fotografici, quindi pieni di foto, potrei citarne alcuni che mi sovvengono ora : Ritratti, Sanctuary,The temples of Angkor,Sanctuaire.Ringraziamo Il grandissimo mister McCurry della sua immensa disponibilità e della sua grandiosa spiegazione e “mostra” dei suoi lavori e della sua vita.
Noi ci ritroveremo domenica prossima con un nuovo e importantissimo davvero, maestro della fotografia.

N.B. Per visionare altri lavori di Steve McCurry :
– www.stevemccurry.com/
– www.sudest57.com/it/steve_mccurry.html
– stevemccurry.wordpress.com/
Origine immagini articolo: Web

Per leggere le precedenti interviste con i Grandi Maestri clicca Qui..: “The Sunday of Great Masters”
Vi ringrazio per la lettura, a presto, sempre qui….sempre su On50mm.

L’intervista oggetto dell’articolo è frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se basata su fatti e argomenti veri e realmente accaduti. © Giorgio Casiello
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Islanda…come non l’avete mai vista…

Un’Islanda meravigliosa, stupenda, dai colori più belli che madre Natura sappia regalare a noi piccoli uomini, che nulla siamo di fronte alla potenza e alla bellezza del creato.
E’ questo che ha deciso di rappresentare e catturare il fotografo Joe Capra con il suo video “time-lapse“, scegliendo come momento clou della sua rappresentazione il periodo del “Midnight Sun“, il sole di mezzanotte.

Si tratta di un fenomeno visibile nelle zone vicine ai Poli , dove a causa del moto di rotazione e rivoluzione terrestre, in un determinato momento dell’anno si arriva a un periodo di costante presenza di sole, anche durante quella che è la “notte”. Si hanno così a intere settimane di luce no-stop e rispettivamente anche intere settimane di perenne buio.

Per realizzare questo progetto Joe Capra ha girato l’Islanda per circa 4500 kilometri, in un lasso di tempo di circa 17 giorni. Ha iniziato il suo percorso e il suo lavoro ad inizio giugno 2011, dedicandosi anima e corpo a questo mondo e a questa rappresentazione, vivendola in prima persona, sentendosi parte di tutt’uno che è lo spirito della Natura, ancora incontaminata e pura.
Ha usato tutto il tempo a disposizione per scattare le singole porzioni di quello che poi sarebbe diventato il suo capolavoro, fermandosi solo per mangiare qualcosa e riposare nella sua auto a noleggio, come lui stesso afferma:

For 17 days I travelled solo around the entire island shooting almost 24 hours, sleeping in the car, and eating whenever I had the time. During my days shooting this film I shot 38,000 images, travelled some 2900 miles, and saw some of the most amazing, beautiful, and indescribable landscapes on the planet. Iceland is absolutely one of the most beautiful and unusual places you could ever imagine. Especially during the Midnight Sun when the quality of light hitting the landscape is very unusual, and very spectacular.

Ha scattato qualcosa come 38000 scatti, adoperando come attrezzatura :

Come si può vedere da questo fantastico video, un vero capolavoro a mio avviso, il periodo del “Sole di Mezzanotte” è un periodo spettacolare sotto tutti i punti di vista, una vera apoteosi artistica per un fotografo di paesaggi.
Lo stesso Joe Capra asserisce che, secondo lui, l’Islanda dovrebbe essere messa al posto nella lista dei luoghi da visitare per tutti, ma in particolare per i fotografi di paesaggi perchè quello che si trova in questi posti è un vero paradiso. La luce di questo particolare momento dell’anno assomiglia a un perenne tramonto…non di pochi minuti come di solito nei comuni crepuscoli, ma di interi giorni….e gli scorci e le viste mozzafiato sono qualcosa di unico, bastevole a ripagare con un solo, intenso sguardo, l’intera dose di difficoltà che si possono presentare per raggiungere questi luoghi.

Vi lascio alla visione del video time-lapse, consigliandovi di impostare la visione al massimo della qualità e a tutto schermo….non sarà la stessa cosa che essere lì, ma un pizzico di paradiso lo potremo vivere anche noi….

Buona Visione.

Alla prossima, meravigliosa scoperta sempre qui….sempre su On 50mm.
Buona Luce.