Page 1
Digressione

Le 15 App fotografiche che ogni Androidiano fotoamatore (e non solo) DEVE avere

 

Oggi ci sentiamo tecnologici, e parliamo di tecnologia sul nostro blog!!! Ormai gli smartphone hanno preso possesso della nostra vita, stime recenti affermano che la percentuale di telefoni con funzioni avanzate come gli smartphone hanno raggiunto, e sorpassato, quota 50%. Questo significa che (in Europa) ormai più della metà dei telefoni cellulari sono “smart” e di questi circa il 92%appartengono al duopolio Android – OS. Continua a leggere →
Digressione

La GRANDE GUIDA al mondo dei FLASH – Parte 2

Buongiorno a tutti i lettori di On50mm Blog Fotografico
e bentrovati alla seconda “puntata” della Grande Guida sul mondo dei flash esterni
Nella precedente puntata de La GRANDE GUIDA al mondo dei FLASH – Parte 1, abbiamo iniziato a presentare il mondo dei flash, un mondo appunto abbastanza complesso e intricato per chi si avvicina per la prima volta alla scelta di un flash esterno senza le dovute conoscenze alla base.

La scelta si complica con le distinzioni tra le numerosissime sigle, tabelle, caratteristiche, dati, valori, di cui ogni flash è caratterizzato sotto l’aspetto tecnico…
come districarsi in questo mare di nozioni tecniche ? Continua a leggere →

Standard

Don Mccullin….storie di morte e crudeltà.

Ci ritroviamo ancora insieme per il nostro appuntamento con la storia, e con quelli che la storia l’hanno fatta, fotograficamente parlando s’intende. Oggi sarà con noi un uomo davvero molto conosciuto grazie alle sue magnifiche doti di fotoreporter e fotogiornalista. E’ inglese, e anche lui è nato nel Novecento, prendendo anche parte personalmente ai maggiori conflitti del secolo….divenuto poi uno dei soggetti più conosciuti delle sue fotografie.
E’ oggi con noi mister Don Mccullin (1935 – ), uno dei nomi più conosciuti dell’ambiente reportage, spesso considerato l’erede unico del mitico Robert Capa per la profondità e la notevole importanza e spessore artistico delle sue foto.


D: Un benvenuto a lei, signor Mccullin…so che ora vive nella sua residenza di Somerset, ritirato dal mondo fotografico “ufficiale“, spero sia di suo gradimento l’umile accoglienza che le offriamo.
R: Certo che è di mio gradimento, vi ringrazio. Al giorno d’oggi sono pochi quelli che mi intervistano per parlare del mio modo di vedere la fotografia nella sua interezza, nella sua totalità. Troppo spesso vengo chiamato e intervistato da gente inesperta, che non sa nulla di fotografia, e comunque pretende di spiegare le cose a modo suo, senza cognizione di causa insomma. Mi fa molto piacere essere qui con voi oggi.

D: Signor Mccullin lei ha vissuto potremmo dire quasi “due secoli” in quanto ha vissuto in prima persona gli avvenimenti più importanti del secolo scorso e sta vivendo anche quelli di oggi. Ci può dare qualche veloce notizia circa la sua vita, come nasce il Mccullin fotografo?

R: Il Mccullin, prima ancora che fotografo, è un semplice cittadino britannico. Il mio nome completo è Donald Mccullin, ma tutti ormai mi conoscono come Don, diminutivo molto diffuso nella mia terra d’origine. Sono nato a Finsbury Park (sobborgo Nord di Londra), il 9 ottobre 1935. Sono nato in un posto malfamato, dove la violenza, l’ignoranza, la puzza, il bigottismo, erano qualcosa di quotidiano e normale. In famiglia eravamo 5, ma vivevamo in due cameroni in un seminterrato di un palazzone decrepito. Mio padre morì quando io ero ancora un ragazzino, avevo 13 anni, e non mi dimenticherò più finchè morirò le urla dei miei fratelli e di mia madre sul corpo ormai senza vita di mio padre.
Non li dimenticherò mai più. Mai.
Mia madre vista la situazione terribile in cui ci trovavamo decise di affidarci a famiglie che stavano meglio di noi….fu così che mia sorella fu affidata a una famiglia borghese e io andai a vivere in una fattoria a Somerset. Mio fratello invece si arruolò nella Legione Straniera e non lo rivedemmo più.
Fatto più grandicello mi arruolai nella RAF ( Royal Air Force ) britannica. Volevo diventare fotografo dell’aviazione e così venni mandato nel 1956 nella zona del Canale di Suez. Tuttavia non riuscii a passare l’esame di teoria necessario a ottenere il titolo di fotografo e così mi assunsero per lavorare in camera oscura, nello sviluppo delle pellicole. Non mi è mai piaciuto studiare, ho lasciato la scuola a 15 anni, ma in alcuni casi ho rimpianto il non aver voluto trarre il massimo dai miei studi.
E fu così che nacque il Mccullin fotografo.

D: Successivamente lei ha realizzato dei reportage sulla vita delinquenziale della sua città e non solo…vuole parlarcene?

R: Certo. Dopo essere tornato dall’esperienza nella RAF, riuscii a comprarmi la mia prima macchina fotografica, una Rolleicord biottica, che però tempo dopo dovetti dare in pegno per una situazione di estrema povertà familiare. Sarà proprio una macchina fotografica, una Nikon F2, a salvarmi la vita deviando un proiettile di un kalashnikov AK47 diretto proprio alla mia testa, durante un combattimento al quale presi parte come reporter.
Fu con quella macchina fotografica che scattai delle foto alla gang del mio quartiere, i cosiddetti “The Guvners“… una delle foto che scattai rappresentava l’assassinio di un poliziotto da parte di un membro della gang. Tale reportage poi finì su un giornale, il “The Observer“.
Ho lavorato per quel giornale per alcuni anni, e furono proprio i dirigenti di quel giornale che mi proposero di coprire la guerra di Cipro nel ’64. Sarà l’inizio della mia carriera di fotografo di guerra.

D: Come ha già anticipato, la copertura della guerra di Cipro darà l’inizio alla sua carriera come reporter di guerra, occupazione che le ha permesso di viaggiare molto e vivere in prima persona numerosissime esperienze drammatiche…
R: Drammatiche è dire poco. Ho viaggiato molto, è vero, ma mai con il piacere di un viaggio spensierato. Io sapevo di viaggiare verso luoghi di morte, verso luoghi di depravazione e annientamento dell’essere umano. Ho raccontato attraverso le mie foto la guerra nel Biafra ( ex-stato in Nigeria ), Congo belga, Bangladesh, la guerra civile libanese, Uganda, Phnom Penh, El Salvador, l’invasione russa dell’Afghanistan. Sono tutte esperienze che mi hanno segnato, mentalmente e fisicamente.

don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin

D: Si, perchè c’è da dire che lei ha corso numerosissimi pericoli mortali documentando queste guerre…
R: Ho rischiato più volte di morire, è vero. Una volta mi stavano per accoltellare mentre cercavo di passare un posto di blocco musulmano a Beirut, sono stato accecato da una carica di gas CS durante una sommossa a Derry in Irlanda del Nord, o ancora mi sono beccato dei frammenti di mortaio nelle mie carni in Cambogia. Sono tutti segni fisici che porto con me ovunque vado, e mi ricordano quotidianamente quanto male i miei occhi hanno visto e quanta malvagità il mio corpo stesso ha avuto modo di sperimentare. L’esperienza più trumatica, tuttavia, risale a quando fui catturato dai teppisti di Idi Amin in Uganda, e portato in un carcere famigerato per la crudeltà con cui ammazzavano i prigionieri….semplicemente gli spaccavano le teste con dei martelli. Sono tutti ricordi che mi assalgono spesso, come incubi, e di cui non credo riuscirò mai a liberarmi. Ho avuto una vita difficile, e in parte questo è dipeso dalle mie scelte, fatto sta che posso affermare di aver visto pià volte cosa significa davvero, nel più profondo senso, la parola terrore.
All’epoca succedeva che a volte facevo strani incubi, nei quali sognavo di riportare a casa non rullini fotografici, ma pezzi di carne umana, brandelli di quello che i miei occhi quotidianamente vedevano e tentavano di dimenticare e sopprimere nell’oblio dei sensi di colpa.

don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin

D: Oggi ha abbandonato il mondo del reportage di guerra, so che si dedica a paesaggi nella sua terra d’origine ma non solo…
R: Non ne potevo più di quel mondo, di vivere tra i cadaveri, di rappresentare la morte. Non credo e non ho mai creduto nell’ipocrisa diffusa che ritiene che scattare foto ai morti e alla guerra sia un modo per condividere quella che è la guerra con il mondo, informando. No, noi reporter di guerra abbiamo usato a nostro vantaggio la morte….l’abbiamo sfidata sì, ma solo per interesse personale. Odio l’ipocrisia. E parimenti odio i moderni network che pur di fare notizia arrivano a una bassezza vomitevole. Ho visto inviati di importanti testate giornalistiche fare riprese e discorrere tranquillamente mentre calpestavano cadaveri di soldati e di civili, senza pudore li pestavano, e ci passavano sopra. Questo è anche uno dei motivi che mi ha fatto lasciare il mondo giornalistico per dedicarmi a una fotografia più serena e privata.
Come ha ben detto, oggi mi occupo di fotografia di paesaggi…paesaggi invernali, senza persone, pieni e intrisi di quella bellezza naturale, di quella vita che per troppo tempo ho evitato, accompagnandomi alla sorella più macabra, la morte.

don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin

D: …oltre ai paesaggi, so che ha sviluppato anche dei lavori di stampo etnografico su alcune tribù africane….
R: Si, è parecchio ormai che ho intrapreso questo progetto. Sono diventato anziano, ora mi dedico a progetti diversi, anche se la violenza continua a serpeggiare intorno a me. Credo che non mi abbandonerà mai. Come ha ben detto, ho sviluppato dei lavori che vogliono documentare la situazione di alcune tribù africane dell’Etiopia del sud, dove ancora la “civiltà” del XXI secolo non è ancora arrivata, dove c’è gente che ha poco, pochissimo, ma ha ancora dignità e onore da vendere. La violenza mi ha trovato anche là, dove gli uomini in cambio delle foto chiedevano soldi, non per loro, per il loro cibo, per le loro case, per i loro abiti. No. Soldi per i loro kalashnikov, unico mezzo che hanno per difendere le loro terre e i loro pascoli da coloro che vogliono portarglieli via.
Credo che la violenza non mi abbandonerà mai. Mai.
Questa è la mia vita. E la mia fotografia.

don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin
N.B. se vuoi approfondire la conoscenza sul maestro Mccullin puoi visitare queste pagine :
 – Su NITAL.IT puoi leggere un’intervista molto bella a proposito della scelta dei paesaggi ;
– Sul sito del Guardian puoi vedere un video con un’intervista dal vivo e altre foto del maestro….

Fonti fotografiche : Web

Per leggere le precedenti interviste con i Grandi Maestri clicca Qui..: “The Sunday of Great Masters”
Vi ringrazio per la lettura, a presto, sempre qui….sempre su On50mm Blog Fotografico.

L’intervista oggetto dell’articolo è frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se basata su fatti e argomenti veri e realmente accaduti. © Giorgio Casiello
Standard

Vuoi uno snoot ? …Fattelo !! Con il Fai-da-Te in 15 secondi…

Con questo articolo vogliamo mostrarvi una semplicissima, ma assolutamente invidiabile, guida per la realizzazione di uno SNOOT.
Definiamo innanzitutto cosa è uno snoot :
E’ definito snoot quel mezzo atto a creare una luce concentrata ( detta in inglese spot ossia punto luce). In genere è costituito da una superficie cilindrica che indirizza la luce in un determinato fascio, molto concentrato, che crea quindi contrasti molto alti e zone d’ombra molto importanti.
Si utilizza appunto per creare questo effetto di illuminazione su una zona molto limitata detta “spot light“.

Passiamo al progetto vero e proprio. In realtà quello che andiamo a realizzare sarà un oggetto dal duplice vantaggio e dal duplice utilizzo.
Lo si potrà usare come snoot dalla parte nera, e come flash bounce ( ossia come rimbalzatore di luce per il flash) con la parte bianca.
Un oggetto quindi utilissimo !!!!
Come già si legge nel titolo il progetto è facilissimo da realizzare e ci si impiegano al massimo un paio di minuti per finire il tutto. Possiamo seriamente affermare che ci vuole più a dirlo che a farlo.

Materiali da procurarsi :
2x foglio di neoprene, possibilmente quelli che hanno la parte posteriore già con l’adesivo ( tali fogli sono anche detti “di schiuma”, ossia un materiale flessibile ma resistente) delle misure circa 23x31cm ( ne servono due, uno nero e uno bianco) ;
striscia di velcro circa 25cm ( possibilmente una striscia di velcro del tipo che ha su una facciata “il maschio” e sull’altra “la femmina” in modo che arrotolandolo su se stesso si attacca e mantiene saldo la presa. Altrimenti si possono prendere quelli singoli e poi li si attacca spalla a spalla.



Realizzazione:
Semplicissimo. Se avete preso i due fogli già con l’adesivo sulla parte retrostante del foglio basterà attaccare i due fogli di schiuma uno sull’altro, facendoli combaciare per bene, di modo che su una faccia è bianco e sull’altra è nero.
Se invece non avete trovato i fogli con l’adesivo poco male, basta procurarsi della colla molto resistente tipo Bostik® e attaccare nel medesimo modo i due fogli. Lasciate asciugare per bene per evitare che i fogli possano eventualmente “slittare” l’uno sull’altro a causa della colla ancora fresca.

E…..bè avete già finito !!!!
…basta infatti piegare questo snoot intorno al flash e tenerlo fermo con il velcro.
Il gioco è fatto, e come previsto ci abbiamo messo un attimo !!!

La cosa migliore di questa tipologia di snoot è che è perfettamente adattabile alle esigenze di luce che avete….volete un fascio di luce più stretto, diretto, concentrato ? Basta semplicemente arrotolare lo snoot più a “cono” e il fascio di luce che uscirà sarà più piccolo e concentrato…volete invece avere un fascio di luce più esteso, aperto, morbido? Basterà allargare l’apertura dello snoot in modo da far uscire la luce in maniera più estesa….ecco alcune immagini che semplificheranno l’idea…:

E infine la modalità per posizionare tale modificatore in modo da adoperarlo come Bounce Flash, ossia rimbalzatore di luce….direi che fa il suo lavoro egregiamente in entrambi gli utilizzi….davvero molto molto efficace.
In sintesi…:
– nella modalità snoot : indurisce la luce, aumenta i contrasti, crea ombre nette e molto visibili ;
– nella modalità bounce light : ammorbidisce la luce, la fa rimbalzare e quindi crea contrasti più dolci, ombre molto meno nette ;
ecco qui in immagine la modalità bounce…:
Insomma….con pochi euro e un po’ di fantasia abbiamo costruito un oggetto utilissimo in molte, moltissime situazioni !!!!…
Grazie per aver letto questo articolo….se ti interessano altri progetti Fai-da-Te visita  QUI la pagina apposita del nostro Blog Fotografico On50mm…ci sono altri progetti molto molto interessanti e, sopratutto, utilissimi  !!!
Standard

Filosofia Zen e Fotografia….scopri il mondo intorno a te.

Cosa può avere a che fare la filosofia Zen con la nobile arte della fotografia ? Molto, o poco, a seconda di quello che noi vogliamo che la fotografia sia realmente.
Come ben sappiamo la filosofia Zen si fonda sulla meditazione, sulla concentrazione, sulla auto-disciplina e la auto-conoscenza. E in fondo forse anche la fotografia non ha queste prerogative?

Molto spesso presi dalla mondanità del nostro essere ci soffermiamo solo sulla mera disquisizione del modello più evoluto di macchina fotografica, del sensore più potente, dell’ottica più costosa….tralasciando il dettaglio fondamentale, ovvero l’ispirazione e la creatività.

E così proprio mediante l’applicazione di quella silenziosa concentrazione, di quel pacato stato d’animo di apertura allo spirito del Mondo, di quella disposizione a “vedere e non solo a “guardare”, che possiamo avere l’ambizione di creare qualcosa di davvero unico.
Ovviamente questa disposizione d’animo è la prerogativa essenziale per qualunque forma d’arte, in quanto l’arte stessa è una sorta di collegamento verso l’irrazionale e il creativo.

Ecco alcuni piccoli consigli per ottenere di più da quello che comunemente riteniamo essere il nostro metodo di lavoro, fotografico e non.

– Fai pratica guardando ovunque
Fai pratica allenandoti ogni giorno, in ogni luogo, a qualunque ora, a vedere più in profondità e non fermarti solo a guardare.

– Non pensare a niente
Resta per qualche attimo in silenzio. Chiudi gli occhi. Dimentica per qualche istante cosa stai facendo, dove vai, chi dovrai incontrare….libera la mente e una volta aperti gli occhi vedrai con occhi nuovi. Scoprirai di notare cose mai viste, di cogliere dettagli mai lontanamente immaginati, di carpire idee e stimoli da moltissimi elementi intorno a te. Aspetta. Non correre. Ascolta i rumori intorno a te, ascolta le voci, presta attenzione agli odori, godi dei suoni che ti circondano. Solo così scoprirai un mondo sconosciuto.

– Quando inquadri il tuo scatto…
La fretta ci sta sempre più prendendo la mano…purtroppo. E’ ormai pratica diffusa quella di correre per scattare più materiale possibile. Punta e scatta. Punta e scatta. Punta e scatta. Si va così a finire che il nostro occhio guarda con rapidità attraverso il mirino, e osserva la scena solo per pochi attimi.
Abbandona questa abitudine. Soffermati a guardare…non sempre quello che vedi con i tuoi nudi occhi potrebbe essere così affascinante come visto in un riquadro di mistiche proporzioni quale quello della tua macchina fotografica…e così non appena un’idea affiorerà nella tua mente basterà creare al volo la composizione e premere il pulsante di scatto. Semplice.

– Fai del guardare pratica quotidiana
Ripeto ancora questo concetto. E’ davvero un concetto fondamentale. Sembra molto banale ma non lo è. L’uomo è un essere che inconsciamente presta moltissima attenzione alle abitudini…Se prendete l’abitudine di soffermarvi a guardare, invece di lasciar scorrere la vita semplicemente davanti a voi, vedrete che tutto diventerà talmente quotidiano e automatico che vi troverete a farlo anche senza mettervici d’impegno. E’ una cosa fondamentale perchè in tal modo come si suol dire “farete l’occhio“, ossia assumerete l’abilità di riconoscere in una frazione di secondo una scena interessante da una comune, una potenzialità nella normalità.
Tutti i grandi fotografi, chi consciamente chi inconsapevolmente, hanno sviluppato questa abilità che poi li ha portati a magnifici capolavori.

Vi saluto cari amici, e vi chiedo di riflettere su quello che ho scritto, è qualcosa di profondo e ben ponderato, ma assolutamente intrigante e fondato.

fonte: digital-photography-school.com

Standard

Quando la street fashion photography è PRO …. e si vede.

Fashion photography, una categoria sempre in crescita nel mondo fotografico. E a buon motivo. Quando ci ritroviamo ad osservare le immagini di una qualche rivista di un certo livello del mondo della moda e affini, del tipo di Vogue per intenderci, ci ritroviamo spesso a chiederci come facciano i fotografi a creare quelle scene, quelle luci, quelle immagini. 
Ebbene il trucco c’è, e grazie ad alcuni video di un fotografo che si occupa appunto di questo genere, alcuni vengono svelati. Il fotografo in questione è Nick Fancher, un nome importante appunto nel settore del glamour, fashion e pubblicità a grandi marchi della moda internazionale.

Nei video che Fancher ha condiviso, dà degli spunti interessanti su come muoversi per quanto riguarda la fotografia di moda in ambito street, una tipologia di fotografia molto diffusa per rappresentare marchi più giovanili, sportivi, underground…
Nei video si possono estrapolare informazioni riguardo il posizionamento dei flash e l’ambientazione…inoltre Nick Fancher mostra come un fotografo professionista debba anche riuscire a sopportare ritmi di 5-10 sessioni fotografiche per altrettanti marchi diversi nello stesso giorno, per sfruttare al massimo la collaborazione di modelli e assistenti e quindi massimizzare l’efficienza delle sessioni…

Bene ecco il primo video..:

Ora daremo una maggiore delucidazione sui vari set che Nick ha affrontato in questo video, spiegandone la composizione, le luci, ecc…
1 – Il primo marchio è Entreè, un marchio di abbigliamento street, quindi sono state usate luci dure per sottolineare l’attenzione sull’abbigliamento:
  • I flash erano tutti insieme sullo stesso stativo, controllati via radio, impostati a mezza potenza ;
  • La focale alla quale erano impostate le parabole dei flash è 105mm , il che ha prodotto una luce più diretta ;
  • Utilizzando l’High Speed Sync è stato possibile usare tempi bassissimi, 1/5000 di secondo, in tal modo si è molto scurito lo sfondo, creando appunto un’ambientazione molto street e concentrando l’attenzione sul soggetto ;
  • Il sole dietro il soggetto è stato sfruttato come Key light, e l’uso di tempi bassissimi ha permesso l’adozione di un diaframma molto aperto con relativo sfondo sfocato ;

 

2 – Il secondo marchio per cui ha creato uno scatto Nick è Saucony, un marchio sportivo, e quindi in questo caso la scelta della composizione non è casuale, si è scelto un look pulito per risaltare l’oggetto principale :

  • Grazie alla superficie lucida del campo da basket si è riusciti a creare delle ombre appropriate che appunto dessero l’idea di un’ambientazione sportiva ;
  • Per offrire il maggior numero di dettagli possibili lo scatto è stato fatto a f 11 ;
  • Sono state utilizzate delle rimlight con i flash sempre a 105mm, per sottolineare la tridimensionalità delle scarpe e creare i vari riflessi luminosi ;

3 – Il terzo marchio è Palladium…in questo caso è stata scelta un’ambientazione urban, sul terrazzo di un palazzo, con un diaframma medio per far riconoscere l’ambientazione ma allo stesso tempo far concentrare l’attenzione sulle scarpe :

  • le rimlights erano poste ai lati per creare appunto i riflessi mentre in alto, centralmente, era posto un altro flash come filler a 24mm, quindi con luce più diffusa, impostato a 1/4 della potenza;
4 – Sempre per Palladium, Nick ha dovuto realizzare uno scatto di vestiario; in questo caso il soggetto non era uno ma più modelli, sempre in ambientazione urban :
  • il modello di dietro è illuminato da destra con un flash con parabola a 105mm ;
  • il modello di avanti è illuminato da sinistra con un flash con parabola a 24mm, quindi luce più morbida ;
  • con un diaframma medio si è riuscito a tenere a fuoco i due modelli, pur sfocando leggermente lo sfondo ;
5 – L’ultimo marchio è stato Howler Brothers, per il quale si è optato per un semplice flash on-camera :
  • in questo caso il flash esterno è stato posizionato on-camera, impostato a 105mm, e utilizzato a una potenza sufficiente a tenere bassi i tempi in modo da saturare i colori e concentrare la luce sul soggetto ;
Bene….Nick Fancher ha fornito anche un altro video nel quale si cimenta con altri lavori e sessioni….come prova, cercate a immaginare una descrizione caso per caso, come è stata fatta per il video precedente…in tal modo ricreerete nella vostra mente tutte le situazioni e là rimarranno impresse, pronte a essere richiamate in caso in un futuro voi vi troviate a cimentarvi proprio con questo genere…:

Vi ringraziamo per l’attenzione….alla prossima, sempre qui….sempre su On50mm Blog Fotografico.

Fonti : picturecorrec, nickfancher.com 

Standard

Anne Geddes…quando un bebè diventa arte, colore e fantasia.

Eccoci ritrovati con il nostro appuntamento settimanale con i grandi maestri della Fotografia, la “Sunday of Great Masters”. Oggi è un’occasione speciale perchè abbiamo come ospite della nostra consueta intervista immaginaria una donna. Una donna speciale, che ha saputo rendere i soggetti delle sue foto, i bambini, protagonisti dell’arte e arte loro stessi.
Questa famosissima donna è Anne Geddes (1956 – ), australiana di nascita, ma ormai cittadina del mondo per adozione grazie alla sua capacità di conquistarsi un degno posto nella storia della fotografia mondiale, distinguendosi anche per una nobile azione di propaganda sulla protezione dalla violenza sui minori in tutto il mondo.

D:Buongiorno Signora Geddes, la ringraziamo per aver risposto positivamente alla nostra richiesta di scambiare due chiacchiere insieme, parlando un po’ della sua vita personale, ma anche della sua forma d’arte preferita, la fotografia. Come è nata questa passione ? ci parla della sua storia degli inizi ?

R: Buongiorno a tutti i cari lettori, bè parlare della mia fotografia vuol dire necessariamente parlare anche della mia vita personale perchè le sue cose sono inscindibilmente legate. L’una ha qualcosa a che vedere con l’altra. E l’una non sarebbe esistita, così come lo è ora, senza l’altra. Allora, mi chiamo Anne Geddes e come avete ben detto sono nata in Australia, a Home Hill, nel settembre del 1956. Fino all’età di 25 anni ho condotto una vita normale (non che quella che conduco ora non lo sia), non troppo lontana dalla fotografia, ma comunque sempre alla ricerca di quel qualcosa che mi mettesse in comunicazione con l’arte, con l’espressione, con una sorta di alienazione superiore, felice e orgogliosamente soddisfacente. Fu così che cambiando spesso lavoro giunsi in una stazione televisiva locale della Nuova Zelanda, in cerca di lavoro come segretaria. Fu un’esperienza molto interessante innanzitutto perchè conobbi mio marito, Kel, ma anche perchè vidi dal vivo quanto era grande la potenzadel mezzo visivo nella comunicazione.

D: Potremmo dire che le prime esperienze come fotografa non le fece in patria, giusto?
R:Si e no, le risponderei. Se parliamo delle esperienze fotografiche in genere posso affermare di aver iniziato a interessarmi già da piccolina, e da ragazza, quando iniziai a fare i primi viaggi, raccogliendo centinaia e centinaia di fotografie di luoghi che avevo visitato e studiandone la luce, i colori, le prospettive. Se invece per esperienze lei si riferisce alla fotografia dei miei piccoli amici bambini, e quindi anche la creazione del mio primo portfolio le do ragione. In effetti i primi lavori li feci a Hong Kong, dove ci eravamo trasferiti con mio marito, e dove avevo appunto iniziato a fare foto ai bambini di amici e vicini, che gioiosi si prestavano a questa sorta di “gioco“. Tuttavia decisi di lasciare il mondo della comunicazione e del marketing e mi trasferii ad Auckland, dove aprii il mio primo Studio Fotografico. Avevo fatto delle esperienze come assistente di un fotografo in studio, e quindi riuscii ad improvvisare in ungarage nel retro della mia casa le attrezzatura e gli spazi adatti a questo genere di fotografia.

anne geddes anne geddes anne geddes anne geddes anne geddes anne geddes anne geddes

D: Ai lavori su commissione trovava sempre il tempo per piccoli spunti personali, è stato facile conciliare le cose?
R:All’inizio dato che avevo bisogno di fare esperienza e anche di lavorare, mi offrii per dei lavori su commissione…non solo fotografie a bambini ma anche altri generi, per esempio feci anche alcuni lavori a dei matrimoni. Tuttavia ben presto iniziai a sentire la pressione delle mie idee che volevano uscire fuori e così, pian piano, iniziai a dedicare qualche ora alla settimana alla realizzazione di scatti che piacevano a me, e solo me, io ero la committente di me stessae il mio cuore era colui che quegli scatti dovevano conquistare. In realtà non era difficile conciliare le cose….Quando lavori in un ambito come quello fotografico può capitare di lavorare duramente per realizzare progetti e lavori per dei clienti, capita così di dedicarsi così notevolmente a quei lavori tanto da trascurare in primisnoi stessi. E così poi si arriva a fine settimana, o mese, o quello che sia, come svuotati….ci sembra di aver lasciato correre il tempo senza che questo si accorgesse di noi. Ecco quindi che vorrei darvi un consiglio….anche nei periodi più affannati trovate un momento per voi, realizzate quell’idea che avevate in mente da tempo, leggete, rilassatevi, perchè prestare attenzione a sè permette di migliorare poi anche l’attenzione che si riesce a prestare agli altri.

D: La sua fotografia ha subito una sorta di “evoluzione” da quella degli inizi o all’incirca si è mantenuta sempre costante come genere, contenuti, stile ?
R: La mia fotografia è cambiata, e meno male direi. Cambiare, in meglio, è positivo e anche fisiologico; evolversie migliorarsi è nello stesso DNAdell’uomo e quindi è logico che anche io, e la fotografia che faccio, siamo cambiati rispetto alla Anne Geddes deglianni ’80. Se si raffrontano le fotografie di tutto il mio percorso fotografico si può notare come in una prima fase predominava il tema del bambino in sè,come creatura pura e candida…immagini pulite, molti bianchi e neri, bambini molto molto piccoli, spesso inserivo anche il legame con i genitori attraverso una mano tesa o la figura stessa della madre, ecc…
In una seconda fase ho iniziato a lavorare molto di più sulla scena, sui costumi, sulle ambientazioni. Sono nate così le immagini che credo contraddistinguono il mio stile. Quella sorta di ambientazione fiabesca e surreale, con bambini-zucca, bimbi-ape o fatine in un mondo incantato. In questa fase mi sono davvero molto divertita, ma allo stesso tempo impegnata, a creare appunto tali collegamenti tra la purezza e l’innocenza dei bambini e la magia dei mondi fatati e surreali dove tutto può esistere. Sono nate anche collaborazioni con moltissimi artigiani locali che mi fornivano volta per volta tutto ciò di cui avessi bisogno, che fossero vestitini, costumi, verdura e frutta, strutture scenografiche.
Infine potrei ravvisare un’ultima fase ( almeno per ora ), che è quella dei miei ultimi lavori….una fase dove il protagonista torna a essere il bambino nella sua più totale unicità e pulizia, lui il centro, lui il soggetto, lui il fulcro dell’attenzione e della comunicazione.

anne geddes anne geddes anne geddes anne geddes anne geddes anne geddes anne geddes anne geddes anne geddes

D: Immagino che lavorare con dei bambini, soggetto imprevedibile per eccellenza, non sia facile…qualche trucco per i nostri lettori ?
R:Non è facile…ha colto la frase esatta. E tuttavia, pur non essendo facile è molto importante quella dose di imprevedibilità. Vede, in alcuni scatti che ho fatto in passato ho impiegato anche dei mesi interi per trovare la giusta scenografia, le giuste luci, i giusti colori. Ovviamente per provare tutto ciò abbiamo usato un bambolotto di dimensioni reali. Arrivati al giorno della sessione fotografica “dal vivo“, dopo un lavoro di interi mesi, il bambino/soggettonon ne vuole sapere di stare nella posizione da noi scelta. Bene, le dirò che nel 99% dei casi le smorfie e gli attegiamenti del tutto spontanei e naturali di quel bambino sapranno dare quel tocco in più che nessuna scena programmata con un bambolotto potrà mai dare.
Un consiglio che posso dare ai lettori di On50mm è quello di far sentire il bambino il più possibile a suo agio…ad esempio lavorando in un ambiente caldo, comodo e spazioso, tenendo la madre del piccolo a portata di sguardoda parte del bambino, magari anche una musica rilassante in sottofondo. E poi una grandissima attenzione va riservata alla sicurezza. Ricordate che state lavorando con dei bambini ancora incapaci di difendersi quindi anche una semplice caduta può fare grandi danni. Personalmente prendo mille precauzioni per la sicurezza del bambino e inoltre, al momento della sessione fotografica “dal vivo“, ci sono sempre alcuni assistenti, sul bordo della scena quindi appena fuori l’inquadratura, pronti a intervenirein caso di problemi.
D: Signora Geddes lei si è anche impegnata in progetti umanitari e filantropici e attività al di fuori del mondo fotografico a riguardo della protezione dei bambini…vuole accennare qualcosa a riguardo?
R: Si, secondo me è molto importante sottolineare come il bambino sia qualcosa di prezioso, delicato, puro, sensibile, unico. Ecco perchè ho fondato una ONG, la Geddes Philanthropic Trust, che si propone di operare azione di prevenzione e lotta alla violenza sui minori in Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti e Regno Unito. E’ un impegno che porto avanti con molta determinazione e molto zelo, poichè ritengo che sia una lotta giusta e buona.

anne geddes anne geddes anne geddes anne geddes anne geddes celine dion

Ringraziamo la signora e fotografa Anne Geddes, per il suo apporto in termini di conoscenza sulla sua vita, la sua carriera, la sua fotografia, il suo stile. La ringraziamo anche dei semplici ma importanti consigli che ha dato a tutti i lettori diOn50mm Blog Fotografico.
Un grazie dolce, spontaneo e leggero come quello di un bambino tutto per lei, signora Geddes.
N.B. per chi volesse visionare altri lavori e curiosità su Anne Geddes può visitare il sito personale :

il materiale fotografico dell’articolo è stato reperito sul Web.

Per leggere le precedenti interviste con i Grandi Maestri clicca Qui..: “The Sunday of Great Masters”
Vi ringrazio per la lettura, a presto, sempre qui….sempre su On50mm.

L’intervista oggetto dell’articolo è frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se basata su fatti e argomenti veri e realmente accaduti. © Giorgio Casiello