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Digressione

Il nuovo in fotografia… tutto il fotografabile è stato fotografato?

Ultimamente mi ritrovo a riflettere spesso su alcuni concetti. Astrazioni certo, ma di quei pensieri che come un ciclo monsonico, a cadenze regolari, torna a trastullarti.

Come avrete capito dall’incipit,  quest’oggi l’articolo sarà piuttosto “riflessivo“, che ogni tanto non guasta tra tutorial, guide e qualche altro articolo di dubbio interesse (ma noooo…).

Una delle domande che più spesso mi tornano in mente e, come gli animali da circo, continuano a correre in cerchio nel mio cranio, è : ma abbiamo fotografato tutto il fotografabile? Continua a leggere →

Digressione

La GRANDE GUIDA al mondo dei FLASH – Parte 3

Un caldo benvenuti e bentornati qui su On50mm Blog Fotografico. Siamo giunti al terzo appuntamento della nostra Grande Guida sui Flash, guida con la quale stiamo cercando di capire più a fondo il mondo apparentemente ingarbugliato dei flash esterni. Attraverso semplici formule di domanda&risposta tenteremo di capire meglio come funzionano i flash, cosa li contraddistingue, in modo da fare una scelta più matura e sensata al momento dell’acquisto.Nella scorsa puntata de La GRANDE GUIDA al mondo dei FLASH – Parte 2 abbiamo iniziato a parlare dei metodi di “dialogo” tra fotocamera e flash off-camera (cioè staccato). Continua a leggere →
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Don Mccullin….storie di morte e crudeltà.

Ci ritroviamo ancora insieme per il nostro appuntamento con la storia, e con quelli che la storia l’hanno fatta, fotograficamente parlando s’intende. Oggi sarà con noi un uomo davvero molto conosciuto grazie alle sue magnifiche doti di fotoreporter e fotogiornalista. E’ inglese, e anche lui è nato nel Novecento, prendendo anche parte personalmente ai maggiori conflitti del secolo….divenuto poi uno dei soggetti più conosciuti delle sue fotografie.
E’ oggi con noi mister Don Mccullin (1935 – ), uno dei nomi più conosciuti dell’ambiente reportage, spesso considerato l’erede unico del mitico Robert Capa per la profondità e la notevole importanza e spessore artistico delle sue foto.


D: Un benvenuto a lei, signor Mccullin…so che ora vive nella sua residenza di Somerset, ritirato dal mondo fotografico “ufficiale“, spero sia di suo gradimento l’umile accoglienza che le offriamo.
R: Certo che è di mio gradimento, vi ringrazio. Al giorno d’oggi sono pochi quelli che mi intervistano per parlare del mio modo di vedere la fotografia nella sua interezza, nella sua totalità. Troppo spesso vengo chiamato e intervistato da gente inesperta, che non sa nulla di fotografia, e comunque pretende di spiegare le cose a modo suo, senza cognizione di causa insomma. Mi fa molto piacere essere qui con voi oggi.

D: Signor Mccullin lei ha vissuto potremmo dire quasi “due secoli” in quanto ha vissuto in prima persona gli avvenimenti più importanti del secolo scorso e sta vivendo anche quelli di oggi. Ci può dare qualche veloce notizia circa la sua vita, come nasce il Mccullin fotografo?

R: Il Mccullin, prima ancora che fotografo, è un semplice cittadino britannico. Il mio nome completo è Donald Mccullin, ma tutti ormai mi conoscono come Don, diminutivo molto diffuso nella mia terra d’origine. Sono nato a Finsbury Park (sobborgo Nord di Londra), il 9 ottobre 1935. Sono nato in un posto malfamato, dove la violenza, l’ignoranza, la puzza, il bigottismo, erano qualcosa di quotidiano e normale. In famiglia eravamo 5, ma vivevamo in due cameroni in un seminterrato di un palazzone decrepito. Mio padre morì quando io ero ancora un ragazzino, avevo 13 anni, e non mi dimenticherò più finchè morirò le urla dei miei fratelli e di mia madre sul corpo ormai senza vita di mio padre.
Non li dimenticherò mai più. Mai.
Mia madre vista la situazione terribile in cui ci trovavamo decise di affidarci a famiglie che stavano meglio di noi….fu così che mia sorella fu affidata a una famiglia borghese e io andai a vivere in una fattoria a Somerset. Mio fratello invece si arruolò nella Legione Straniera e non lo rivedemmo più.
Fatto più grandicello mi arruolai nella RAF ( Royal Air Force ) britannica. Volevo diventare fotografo dell’aviazione e così venni mandato nel 1956 nella zona del Canale di Suez. Tuttavia non riuscii a passare l’esame di teoria necessario a ottenere il titolo di fotografo e così mi assunsero per lavorare in camera oscura, nello sviluppo delle pellicole. Non mi è mai piaciuto studiare, ho lasciato la scuola a 15 anni, ma in alcuni casi ho rimpianto il non aver voluto trarre il massimo dai miei studi.
E fu così che nacque il Mccullin fotografo.

D: Successivamente lei ha realizzato dei reportage sulla vita delinquenziale della sua città e non solo…vuole parlarcene?

R: Certo. Dopo essere tornato dall’esperienza nella RAF, riuscii a comprarmi la mia prima macchina fotografica, una Rolleicord biottica, che però tempo dopo dovetti dare in pegno per una situazione di estrema povertà familiare. Sarà proprio una macchina fotografica, una Nikon F2, a salvarmi la vita deviando un proiettile di un kalashnikov AK47 diretto proprio alla mia testa, durante un combattimento al quale presi parte come reporter.
Fu con quella macchina fotografica che scattai delle foto alla gang del mio quartiere, i cosiddetti “The Guvners“… una delle foto che scattai rappresentava l’assassinio di un poliziotto da parte di un membro della gang. Tale reportage poi finì su un giornale, il “The Observer“.
Ho lavorato per quel giornale per alcuni anni, e furono proprio i dirigenti di quel giornale che mi proposero di coprire la guerra di Cipro nel ’64. Sarà l’inizio della mia carriera di fotografo di guerra.

D: Come ha già anticipato, la copertura della guerra di Cipro darà l’inizio alla sua carriera come reporter di guerra, occupazione che le ha permesso di viaggiare molto e vivere in prima persona numerosissime esperienze drammatiche…
R: Drammatiche è dire poco. Ho viaggiato molto, è vero, ma mai con il piacere di un viaggio spensierato. Io sapevo di viaggiare verso luoghi di morte, verso luoghi di depravazione e annientamento dell’essere umano. Ho raccontato attraverso le mie foto la guerra nel Biafra ( ex-stato in Nigeria ), Congo belga, Bangladesh, la guerra civile libanese, Uganda, Phnom Penh, El Salvador, l’invasione russa dell’Afghanistan. Sono tutte esperienze che mi hanno segnato, mentalmente e fisicamente.

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D: Si, perchè c’è da dire che lei ha corso numerosissimi pericoli mortali documentando queste guerre…
R: Ho rischiato più volte di morire, è vero. Una volta mi stavano per accoltellare mentre cercavo di passare un posto di blocco musulmano a Beirut, sono stato accecato da una carica di gas CS durante una sommossa a Derry in Irlanda del Nord, o ancora mi sono beccato dei frammenti di mortaio nelle mie carni in Cambogia. Sono tutti segni fisici che porto con me ovunque vado, e mi ricordano quotidianamente quanto male i miei occhi hanno visto e quanta malvagità il mio corpo stesso ha avuto modo di sperimentare. L’esperienza più trumatica, tuttavia, risale a quando fui catturato dai teppisti di Idi Amin in Uganda, e portato in un carcere famigerato per la crudeltà con cui ammazzavano i prigionieri….semplicemente gli spaccavano le teste con dei martelli. Sono tutti ricordi che mi assalgono spesso, come incubi, e di cui non credo riuscirò mai a liberarmi. Ho avuto una vita difficile, e in parte questo è dipeso dalle mie scelte, fatto sta che posso affermare di aver visto pià volte cosa significa davvero, nel più profondo senso, la parola terrore.
All’epoca succedeva che a volte facevo strani incubi, nei quali sognavo di riportare a casa non rullini fotografici, ma pezzi di carne umana, brandelli di quello che i miei occhi quotidianamente vedevano e tentavano di dimenticare e sopprimere nell’oblio dei sensi di colpa.

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D: Oggi ha abbandonato il mondo del reportage di guerra, so che si dedica a paesaggi nella sua terra d’origine ma non solo…
R: Non ne potevo più di quel mondo, di vivere tra i cadaveri, di rappresentare la morte. Non credo e non ho mai creduto nell’ipocrisa diffusa che ritiene che scattare foto ai morti e alla guerra sia un modo per condividere quella che è la guerra con il mondo, informando. No, noi reporter di guerra abbiamo usato a nostro vantaggio la morte….l’abbiamo sfidata sì, ma solo per interesse personale. Odio l’ipocrisia. E parimenti odio i moderni network che pur di fare notizia arrivano a una bassezza vomitevole. Ho visto inviati di importanti testate giornalistiche fare riprese e discorrere tranquillamente mentre calpestavano cadaveri di soldati e di civili, senza pudore li pestavano, e ci passavano sopra. Questo è anche uno dei motivi che mi ha fatto lasciare il mondo giornalistico per dedicarmi a una fotografia più serena e privata.
Come ha ben detto, oggi mi occupo di fotografia di paesaggi…paesaggi invernali, senza persone, pieni e intrisi di quella bellezza naturale, di quella vita che per troppo tempo ho evitato, accompagnandomi alla sorella più macabra, la morte.

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D: …oltre ai paesaggi, so che ha sviluppato anche dei lavori di stampo etnografico su alcune tribù africane….
R: Si, è parecchio ormai che ho intrapreso questo progetto. Sono diventato anziano, ora mi dedico a progetti diversi, anche se la violenza continua a serpeggiare intorno a me. Credo che non mi abbandonerà mai. Come ha ben detto, ho sviluppato dei lavori che vogliono documentare la situazione di alcune tribù africane dell’Etiopia del sud, dove ancora la “civiltà” del XXI secolo non è ancora arrivata, dove c’è gente che ha poco, pochissimo, ma ha ancora dignità e onore da vendere. La violenza mi ha trovato anche là, dove gli uomini in cambio delle foto chiedevano soldi, non per loro, per il loro cibo, per le loro case, per i loro abiti. No. Soldi per i loro kalashnikov, unico mezzo che hanno per difendere le loro terre e i loro pascoli da coloro che vogliono portarglieli via.
Credo che la violenza non mi abbandonerà mai. Mai.
Questa è la mia vita. E la mia fotografia.

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N.B. se vuoi approfondire la conoscenza sul maestro Mccullin puoi visitare queste pagine :
 – Su NITAL.IT puoi leggere un’intervista molto bella a proposito della scelta dei paesaggi ;
– Sul sito del Guardian puoi vedere un video con un’intervista dal vivo e altre foto del maestro….

Fonti fotografiche : Web

Per leggere le precedenti interviste con i Grandi Maestri clicca Qui..: “The Sunday of Great Masters”
Vi ringrazio per la lettura, a presto, sempre qui….sempre su On50mm Blog Fotografico.

L’intervista oggetto dell’articolo è frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se basata su fatti e argomenti veri e realmente accaduti. © Giorgio Casiello
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In viaggio tra le antiche terre di Marco Polo…con Michael Yamashita.

Ben ritrovati ancora in nostra compagnia, con il nostro solito e atteso appuntamento con “The Sunday of Great Masters“…!!
Oggi abbiamo in serbo per voi un’intervista davvero molto speciale, con un fotografo davvero molto speciale, diretto rappresentate di una rivista anch’essa molto speciale…
Stiamo parlando del grandioso maestroMichael Yamashita(1949 – ) , uno dei maggiori inviati del National Geographic, tra i massimi esponenti nel campo del fotogiornalismo moderno e del reportage. Famosissime in ogni parte del globo le sue “rievocazioni” fotografiche dei grandi viaggi della storia, come ad esempio quello di Marco Polo.

Appena arrivato da un lungo viaggio dall’oriente è qui con noi mister Michael Yamashita….!

D:Buonasera signor Yamashita, è molto bello che lei abbia accettato il mio invito…non è da tutti mettere da parte gli impegni e le mille cose da fare per potersi concedere a una chiacchierata tra amici, volta a una maggiore conoscenza della sua esperienza di vita e lavorativa…
R: Oh, mio buon amico, buonasera a te, e a tutti coloro che mi onorano leggendo le mie parole. Non sono altro che un semplice uomo, e devo ringraziare la mia passione se sono dove sono oggi. Solo questa.

D:La sua semplicità e umiltà le fanno molto onore….vorrebbe parlarci in breve della sua gioventù…magari di come si è innamorato di quell’arte che poi l’ha reso celebre?
R:Per me è sempre un grande piacere ricordare le mie origini, da dove sono venuto…e da dove sono partito. Sono nato nel1949 a San Francisco, in California, dalla terza generazione di una famiglia di origini giapponesi….ho avuto un’infanzia nella norma, tranquilla, senza particolari eventi clamorosamente eccitanti. Successivamente mi sono laureato alla Wesleyan Universityin “Studi Asiatici“, in quanto amavo davvero molto la cultura e tutto ciò che provenisse dall’Asia, terra d’origine della mia famiglia, terra di cui ancora orgogliosamente conservo i ricordi accumulati nei vari viaggi, ricordi celati non solo in vecchi album polverosi, ma anche nella mia mente, sempre pronti a tornare vivi come reali poichè il mio cuore sa di essere legato imprescindibilmente a quella terra, a quei suoni, a quel mondo stupendo e lontano.
Come ho detto ero un grande appassionato della cultura asiatica così presi la decisione, appena laureato, si fare un bel viaggio proprio in Giappone. Era il lontano 1971quando presi questa inaspettata decisione. Avrei fatto un lungo viaggio attraverso l’Asia, e non vedevo l’ora. Portai con me una piccola macchina fotografica analogica (anche perchè all’epoca non esisteva il digitale), e fu così che scattando e scattando iniziai a sentire un voglia che non avevo mai sofferto prima di partire per quel viaggio. Era una vogliaimpertinente, che mi spingeva a portare l’obiettivo sull’asse dei miei occhi più spesso di quanto immaginassi….capii allora di essermi innamorato. Il mio amore era assai particolare e assai dolce, il suo nome era “Fotografia“. Ho viaggiato per ben sette anni in lungo e in largo per il Giappone, grazie anche alla parlata fluente della lingua che mi permetteva di unirmi a quella gente senza sembrare uno straniero, scoprendone aspetti e micromondi ancora sconosciuti e molto molto particolari.

D:La sua passione per la fotografia gli ha permesso di coltivare anche il suo spirito “viaggiatore”…giusto?
R: Certo…prima di essere un fotografo sono stato, e sono ancora, un grande viaggiatore. Amo il viaggio per tutti gli aspetti che il viaggio comporta…la conoscenza, il rischio, la scoperta, l’attesa, il nuovo, il diverso, il confronto. Sono molto legato al viaggio, e proprio grazie alla fotografia ho potuto unire i miei due grandi interessi, il mondo asiatico e la fotografia, assieme al viaggio. Per me questa simbiotica unione rappresenta tutto.

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D: Tornato in patria, in America, iniziò la sua collaborazione con il NG
R: Esatto. Iniziai a collaborare con il NG che, vedendo alcuni miei scatti del viaggio in Giappone rimase incuriosito e quindi mi chiese altre collaborazioni. Fu così che trasformai la mia passione per la fotografia in un vero e propriolavoro a tempo pieno, molto molto soddisfacente, ma allo stesso tempo così pieno da lasciare poco spazio per il resto del mio mondo personale. Un progetto che ho a cuore, che ho intrapreso da molti anni ormai, è stato portato a termine proprio grazie alla collaborazione del NG. Tale lavoro è consistito nel ripercorrere le rotte dei grandi viaggiatori del passato, come ad esempio il grande Marco Polo, oppure il poeta itinerante Basho, o infine l’esploratore cinese Zheng He.

D:Questi lavori che ha presentato le hanno portato molte onoreficenze e anche molta notorietà, vuole raccontarci quello probabilmente più importante dei tre, il viaggio sulle rotte di Marco Polo ?
R: Marco Polo è un personaggio che mi ha sempre affascinato molto. Era di origini veneziane e piuttosto che cullarsi nell’agiatezza che la condizione di mercante gli permetteva di avere all’epoca, ha rischiato la vita, e tutto quello che aveva, per scoprire nuove rotte, nuovi mondi, nuovi orizzonti. E’ davvero un personaggio speciale. Ho ripercorso il suo viaggio fin dalla sua città d’origine, Venezia, proseguendo per paesi come il Catai (dove aveva sede la reggia del sovrano Khubilai Khan) per passare poi in territorio Indiano e Indonesiano. L’idea di questo lavoro di reportage fuori dal comune mi venne pensando alle terre che più amo e alle quali più sono legato, ossia l’Asia e l’Italia. Il vostro è un paese meraviglioso e sono davvero felice di poter trascorrere lunghi momenti felici in compagnia dei vostri allegri e solari conterranei, anche in momenti di pausa, quando vengo in Italia con la mia famiglia per qualche momento di relax. Dicevo….leggendo “Il Milione” di Marco Polo ho colto al volo quel legame che il viaggio tendeva tra questi due meravigliosi paesi e ho voluto ripercorrere dal vivo il suo viaggio, cercando sempre di cogliere nei posti che visitavo le antiche pulsioni, gli antichi scenari, le antiche azioni quotidiane che la modernità non aveva ancora cancellato, come ad esempioi barcaioli nella Venezia più antica, o le scene di addomesticamento dei cavalli nella Mongolia.
E’ un viaggio che ho fatto seguendo il diario del 1299di Marco, come se fosse lui, giorno per giorno, a indicarmi la strada….e non sai che grande stupore nel ritrovarsi ancora perfettamente con i luoghi da lui descritti come ad esempio le lande desolate della Mongolia, o i templi indù nell’India più fanaticamente religiosa. Ho viaggiato attraverso 10 paesi diversi, 10 culture diverse, ma infiniti mondi sconosciuti e spettacolari.

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D:So anche che le piace molto insegnare piuttosto che concentrarsi esclusivamente nella professione fotografica…
R: Insegnare mi piace tantissimo, è vero. Tengo anche regolarmente dei workshopqui in Italia sà??…Mi piace molto rapportarmi con gli studenti, sempre carichi di domande, di riflessioni, di idee….Spesso quando ci si ritrova con fotografi di un certo livello, di caratura internazionale, si scambiano opinioni sui luoghi visitati, sui soggetti, sul “funzionamento” di un certo scatto….invece con gli studenti è completamente diverso….è tutto molto più profondo e interessante. Si discute spesso di luce, di inquadrature, di scelta della migliore composizione, di idee….confrontarmi con loro è una delle cose che mi spinge con energia a continuare il percorso di insegnamento che ho intrapreso.

D:Oltre al lavoro sul percorso di questi grandi personaggi del passato ha svolto altri lavori per il pubblico, fotograficamente parlando ?
R: Bè si, certo. La mia carriera è iniziata più di 30 anni fa e ho avuto modo di approfondire diverse tematiche…Come lavori potrei citarle ad esempio uno bellissimo che mi è piaciuto davvero tanto, portato a termine anche con la collaborazione di mia moglie per la parte narrativa, sui giardini giapponesi. Come ho detto in precedenza amo la cultura orientale e i giardini giapponesi hanno un qualcosa di estremamente vivo, vitale, rilassante, emozionante. Grazie a quel lavoro, e alla relativa pubblicazione in forma cartacea, ho ricevuto vari premi nell’ambito internazionale. Potrei citare altri lavori…mi viene in mente ad esempio il lavoro svolto per il NG, ripercorrendo le rive del fiume Mekongdalla sua sacra fonte fino al suo sbocco nel mare del Sud della Cina. Ho pubblicato infine numerosi libri sulle varie esperienze di viaggio e sui vari posti visitati..sono molto belli e ne vado particolarmente fiero.
In fondo questi racchiudono in una dimensione portatile tutto il bello che ho sperimentato e bloccato con un click nella mia vita. Perchè la mia fotografia è intrecciata con la mia vita, essa  ne è la sorella e allo stesso tempo madre e figlia.

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N.B. se vuoi visualizzare altri lavori del maestro Yamashita visita il suo sito : Michael Yamashita.
Su NITAL.IT puoi leggere un’intervista molto bella di Yamashita a proposito del lavoro su Marco Polo.

Fonti fotografiche : Web

Per leggere le precedenti interviste con i Grandi Maestri clicca Qui..: “The Sunday of Great Masters”
Vi ringrazio per la lettura, a presto, sempre qui….sempre su On50mm Blog Fotografico.

L’intervista oggetto dell’articolo è frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se basata su fatti e argomenti veri e realmente accaduti. © Giorgio Casiello
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Fashion Photography e stile…con la classe di Richard Avedon.

Dopo una pausa forzata, dettata da imprevisti davvero “imprevisti“, torniamo con il nostro tanto amato appuntamento con “The Sunday of Great Masters“. Per rientrare in tema con i nostri soliti dialoghi immaginari, sotto forma di intervista, sempre con grandi personaggi del mondo fotografico, abbiamo scelto un interlocutore di tutto rispetto…in molti non lo conosceranno, altri invece al solo nominare del suo nome avranno già alcuni dei suoi più celebri scatti che si riprodurranno rapidi nella mente. Oggi è nostro ospite un fotografo americano, icona della fotografia di moda e grande ritrattista….vi presento mister Richard Avedon(1923- 2004).



D: Benvenuto a lei, mister Avedon…la ringrazio di aver accettato il mio umile invito in questo piccolo blog di nicchia….siamo piccoli in dimensioni, ma ci mettiamo il cuore in quello che facciamo…
R: Ringrazio voi invece, e credo nella passione che mettete in quello che fate…motivo che mi ha convinto a prendere in considerazione la vostra offerta di partecipare a questa insolita intervista…


D: Signor Avedon vuole introdurci la sua vita in breve, le sue prime esperienze ? So che ha avuto una giovinezza molto attiva e ha fatto molte esperienze prima di salire sul podio dei “fotografi famosi“…
R: Oh si, di esperienze ne ho fatte tantissime. E tutte le porto con me nel mio cuore. Come detta la buona educazione, innanzitutto vorrei presentarmi per bene. Mi chiamo Richard Avedon e sono nato a New York il 15 maggio del 1923. Provengo da una famiglia medio borghese, che mi ha dato la possibilità di dedicarmi allo studio, frequentando Università di un certo prestigio. Ben presto tuttavia mi resi conto che lo studio non faceva per me e così decisi di fare la prima ( di tante altre) scelta importante della mia vita…: mi arruolai nella Marina Mercantile e decisi che avrei girato il mondo. 
Era il tipico sogno da ragazzo di città, che si sentiva stretto dalla pressione urbana e dal clima insopportabilmente staticodella vita cittadina, il tipico sogno di chi desiderava visitare luoghi nuovi, vedere gente diversa, scoprire cosa c’è oltre la linea che segna l’orizzonte e si perde nelle nubi più lontane. Bene. Io feci quella scelta. Nel 1942 così, per divertimento, iniziai a scattare ritratti a alcuni compagni di camerata sulla nave con la mia macchina fotografica nuova, unaRolleiflex, un vero gioiello all’epoca, regalatomi da mio padre. Man mano che realizzavo quegli scatti notavo che però in me qualcosa stava cambiando. Non era più un gioco, o un divertimento, o qualcos’altro….iniziava a diventare una passione. 

D: Una volta sbarcato di nuovo in America dopo il suo lungo viaggio per il mondo, che percorso intraprese ?
R: Come ho detto, una volta sbarcato mi ritrovai a desiderare di scattare nuove foto, nuovi ritratti, nuove scene, nuovi momenti….era diventato qualcosa di importante per me e volevo coltivare questa passione.
E’ di quei periodi questa mia famosa frase..: Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa di essenziale. E’ come se mi fossi dimenticato di svegliarmi“.
Scelsi così di sviluppare ancora meglio le mie conoscenze fotografiche iniziando a lavorare su alcuni progetti di fotografia pubblicitaria per un grande magazzino della zona. Fu grazie a questi lavori sperimentali che fui “scoperto” da Alexey Brodovitch, direttore artistico della notissima rivista di moda Harper’s Bazaar. In molti approvarono la scelta di Alexey di passarmi dei lavori per Harper’s Bazaar, e ancora più persone si complimentarono con me per gli scatti che riuscii a realizzare. Feci una buona impressione insomma, e ne ero orgoglioso perchè per ottenere quei risultati avevo messo tutta la mia caparbietà, cratività, voglia di superarmi, sacrificio….tutto in quegli scatti. E a quanto pare la cosa era piaciuta.

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D: Ha collaborato con Harper’s Bazaar per ben dodici anni, apportando personalmente modifiche al modo stesso di interpretare la fotografia di moda….vuole spiegarci meglio?
R: Certo. Ho lavorato nel mondo della moda per parecchi anni, e quindi ho seguito l’evolversi dello stile in questo ambito, intervenendo in prima persona per cambiare alcuni aspetti. Mi spiego meglio. Quando iniziai a collaborare con Harper’s Bazaar mi resi conto che la fotografia di moda era ancora legata a schemi vecchi e obsoleti…: la solita modella, nelle solite pose, con la solita inquadratura, nella solita location. Io ho voluto rompere con la tradizione introducendo una ventata di irrazionalità e cambiamento. Ho preteso di lavorare a modo mio, e fortunatamente poi la storia mi ha dato ragione. Ormai celebre è lo scatto : “Dovima with Elephants“, scattata al Cirque d’Hiver di Parigi, che ritrae una modella in abito di seta di Dior, in posa in mezzo agli elefanti del medesimo circo. ( fotografia battuta all’asta recentemente per la notevole cifra di 1,2 milioni di dollari, uno dei prezzi più alti nel settore)

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D: Ha collaborato anche con marchi e nomi importanti nel mondo della moda come Versace, Diòr, Vogue…e con attrici simbolo della bellezza di allora come di oggi del calibro di Marilyn Monroe
R:Che fantastici ricordi….Si, dopo aver collaborato con Harper’s Bazaar iniziai a lavorare anche con importanti nomi del mondo della moda…tutti erano interessati da mio modo di lavorare e dal mio stile…
Ho lavorato anche con personaggi famosi del jet-set dell’epoca, come ad esempio i Beatles, o Jimi Hendrix, o ancora Picasso, per finire con la stupendaMarilyn….su di lei famosa è una mia affermazione che recita pressappoco così..: “Marilyn Monroe alla macchina fotografica offriva più di qualsiasi altra attrice, o donna, che io abbia mai inquadrato: era infinitamente più paziente, più esigente con se stessa e più a suo agio di fronte all’obiettivo che non quando ne era lontana“.

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D: Anche se ha lavorato per lungo tempo in ambito ritrattistico e moda, so che ha anche affrontato temi più “seri” e impegnati
R:Bè si, certo. La mia fotografia ha toccato anche temi a mio avviso importanti per l’epoca nel quale sono stati elaborati. Questo per mostrare una visione della mia fotografia più vasta, e non solo fossilizzata sul genere “fashion.
Mi viene in mente il lavoro che ho fatto sui manifestanti contro la guerra in Vietnam, oppure sulla situazione degli ospedali psichiatrici in alcune regioni americane. O ancora la copertura dell’evento della caduta del muro di Berlino, nell’89, quando in mezzo a una folla oceanica seguii l’evento dalla porta di Brandeburgo, scattando foto molto intense. Mi sono anche occupato infine anche della rappresentazione del Movimento dei Diritti Civili, portando avanti anche personalmente una battaglia attraverso il mezzo che mi era più congeniale…la fotografia.
Le mie fotografie si presentavano per quello che erano, catturavano la situazione che stavo vivendo, coglievano il sottile velo che affiora in superficie in un momento particolare, che io stesso sceglievo di fermare con il click meccanico dell’otturatore. Cito ancora una mia frase..: “Le mie fotografie non vogliono andare al di là della superficie, sono piuttosto letture di ciò che sta sopra. Ho una grande fede nella superficie che, quando è interessante, comporta in sé infinite tracce“.

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N.B. se vuoi visualizzare altri lavori del grande maestro Avedon visita il suo sito : Richard Avedon.

Fonti fotografiche :Web

Per leggere le precedenti interviste con i Grandi Maestri clicca Qui..: “The Sunday of Great Masters”
Vi ringrazio per la lettura, a presto, sempre qui….sempre su On50mm.

L’intervista oggetto dell’articolo è frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se basata su fatti e argomenti veri e realmente accaduti. © Giorgio Casiello
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Robert Doisneau…la mia arte tra la gente comune.

Un caldo bentornati a voi, cari lettori, con il nostro consueto appuntamento con la settimanale “Sunday of Great Masters“. Anche oggi una interessante intervista immaginaria, anche oggi un grande maestro che ha fatto la storia della fotografia, e che ha offerto ispirazione ai fotografi di ieri, oggi e domani.
Stiamo parlando del francese Robert Doisneau (1912 – 1994), uno dei primi fotografi del ‘900, uno dei primi a vedere la fotografia non più solo come una mera registrazione di immagini prive di emozioni, ma anche come un qualcosa che sapesse veicolare emozioni, bisogni, visioni.

D:Benvenuto signor Doisneau, innanzitutto la ringrazio per aver accettato la mia proposta, nonostante il periodo di festa. Poi vorrei complimentarmi con lei per la grande bravura e passioneche traspare dai suoi scatti, per la sua voglia di dare dignità alla fotografia come artee per la sua immensa maestria che l’ha resa famoso in tutto il mondo, a buona ragione direi. Vogliamo iniziare con una breve presentazione ?

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R: Non è stato affatto un peso accettare la tua proposta, nè tantomeno un dispiacere rinunciare a parte del mio tempo per raccontare quella che è stata la mia vita e la mia carriera. Debbo presentarmi giusto? Mmmm…Bene. Mi chiamo Robert Doisneau e sono nato nel 1912 in Francia, in un piccolo paese chiamato Gentilly, a pochissimi chilometri da Parigi, potremmo definire Gentilly un sobborgo della capitale. Fin da giovane avevo una certa passione per l’espressione artistica, vivendo appunto nei pressi della capitale mondiale dell’arte di allora, Parigi. Fu così che decisi di non continuare gli studi scolastici e, preso il diploma diincisore litografo presso “l’ecòle Etienne“,  iniziai subito a lavorare presso un laboratorio nel mio paese. Pochi anni dopo abbandonai la litografia per sperimentare la scultura, lavorando insieme a André Vigneau, artista dalle mille risorse e conoscenze, che mi insegnò tanti trucchi e tanti modi di lavorare e capire quello che stava venendo fuori dalla materia. Devo ringraziare queste esperienze fatte in gioventù nel mondo artistico, se ho maturato quella consapevolezza e quella passione che mi ha portato a fare scelte anche impopolari, ma assolutamente sentite.

D: Una di queste scelte fu quella di intraprendere la carriera di fotografo giusto?
R: Esatto. Fu la prima di tante altre potrei dire. Inizialmente come ho detto, lavoravo presso un laboratorio di scultura. Tuttavia iniziai a maturare un’idea diversa di ciò che volevo fare davvero, qualcosa che fosse mio, qualcosa che mi permettesse di entrare a contatto con la gente, di vivere e vedere la vita che senza freni e senza pause scorreva per le strade…fu così che, quindi, comprai la mia prima attrezzatura e mi lanciai in questa avventura. Dovete sapere che all’epoca la fotografia era una vera arte di nicchia. Molto pochi erano quelli che possedevano una macchina fotografica e ancora meno erano quelli che tentavano di utilizzare quest’arte non solo come fredda rappresentazione di una scena, ma anche come mezzo di comunicazione artistica. Tutti i fotografi dell’epoca, infatti, lavoravano direttamente per aziende o agenzie. Nessuno si sognava di mettersi a fare scatti artistici e comunicativi, vuoi per il costo non indifferente dello sviluppo e stampa, vuoi per il fatto che mancava la vera e propria “cultura” necessaria a creare quel bisogno nei fotografi stessi e, di riflesso, nel pubblico. Dopo poco aver intrapreso la mia attività di fotografo fui assunto dalla nota casa automobilistica franceseRenault, che mi assunse a lavorare come fotografo industriale per i suoi prodotti.

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D: Anche lei ha vissuto il dramma della guerra e vi ha partecipato in prima persona. Tuttavia, non sono passati alla storia molti suoi scatti di quel periodo e di quei momenti ( differentemente da altri autori )…come mai ?
R: Vede, il tutto parte da molto prima. Già quando iniziai a intraprendere la mia attività di fotografo decisi ( in verità avvenne tutto inconsciamente, senza alcuna decisione “ufficiale” ) , dicevo decisi di ritrarre la gente comune, nei luoghi comuni, in situazioni comuni. Mi piaceva passeggiare per le strade della bella Parigi, con la macchina fotografica tra le mani, e scattare foto a bambini, donne in pausa dal lavoro, uomini con il cagnolino al guinzaglio, che se ne andavano a spasso camminando con passi leggeri….insomma…mi piaceva ritrarre la gente nel contesto della normalità….una normalità che però sapeva regalare sempre dei momenti interessanti. Non apprezzavo coloro che, invece, pur di fare presa sul pubblico, ritraevano immagini di guerra o di violenza, o di morte. Certo potrete dirmi, alcuni di questi hannorischiato la vita e lo hanno fatto anche per un senso di coinvolgimento della comunità internazionale, per raccontare quello che loro stessi vedevano e veramente accadeva. Ma non ci posso fare niente, mi sembrava una forzatura e non ho mai fatto questo genere di fotografia, non ci riuscivo, era più forte di me. Ecco spiegato come mai nel periodo di guerra che ho vissuto, partecipando come soldato, non ho scattato molte foto e la maggior parte di quelle che ho scattato non sono state pubblicate.

D:parlavamo del genere che lei prediligeva, la semplicità, la normalità….come mai questa scelta ?
R: Più che scelta io direi bisogno. Si perchè in effetti io non mi sono mai posto nella condizione di decidere “faccio questo genere o non lo faccio“. Io scattavo quello che più mi piaceva, cercando un filo logico nei miei scatti, ho poi intuito di preferire le foto alla gente comune, un “inno” alla semplice e comune normalità. Fu così che parallelamente ai soggetti “commerciali“, per i quali e con i quali lavoravo (vedi il contratto con Renault) iniziai anche a godermi una sorta di fotografia più personale, parallela e scissa da qualsiasi utilità commerciale o pubblicitaria, qualcosa di assolutamente sconosciuto ai fotografi dell’epoca. “Quello che io cercavo di mostrare, era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere”.

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D: In una sua precedente intervista ho letto che lei considera la fotografia alla stregua della “continuazione del sogno“…vuole spiegare meglio ai nostri lettori cosa intendeva con ciò ?
R: Si è una mia affermazione. Ha proprio colto la frase essenziale di quell’intervista. Dicevo esattamente : “Vi spiego come mi prende la voglia di fare una fotografia. Spesso è la continuazione di un sogno. Mi sveglio un mattino con una straordinaria voglia di vedere, di vivere. Allora devo andare. Ma non troppo lontano, perché se si lascia passare del tempo l’entusiasmo, il bisogno, la voglia di fare svaniscono. Non credo che si possa “vedere” intensamente più di due ore al giorno”. Bene, tutto è racchiuso in questa affermazione, non potrei aggiungere nulla di maggiormente esaustivo….

D:Dopo essere tornato dalla guerra ha abbandonato il settore pubblicitario per entrare nell’agenzia “Rapho“, quello è stato il periodo più interessante per quanto riguarda la maturità e la profondità dei suoi scatti….cosa le dava in più rispetto ai lavori di commissione precedenti ?
R: La collaborazione con l’agenzia “Rapho” è stato uno dei legamipiù forti che ho mantenuto in vita mia….è durata all’incirca 50 anni…quasi quanto la mia intera carriera fotografica. Quando entri in un’agenzia, se questa sa accoglierti e farti sentire come parte integrantedella stessa, ti ritrovi a considerarla come una seconda famiglia, come un luogo amico, come la capanna sull’albero sempre al riparo dalle difficoltà del mondo. Questo è stato per me “Rapho”. Ha anche ragione nel sostenere che in questo periodo hanno visto la luce i miei migliori scatti, come ad esempioLe baiser de l’hôtel de ville” , forse il mio più celebre scatto, oppureLe dent” , o ancora Les Frères“. In questo periodo ho anche sperimentato una fotografia allegra, sagace, che sapeva cogliere nella stessa normalità l’ilarità intrinseca in ogni situazione e in ogni personaggio. Molti degli scatti appartenenti a questa “fase”, infatti, hanno come loro punto di forza proprio il sorrisoche riescono a stimolare nel lettore dell’opera, in colui che si meraviglia di quanto la semplice quotidianità sa e può regalare a un attento osservatore pronto a cogliere l’attimo, sapendolo tuttavia anche pazientemente attendere.

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Vogliamo ringraziare monsieur Doisneau per tante cose….per la sua disponibilità, per la sua voglia di condivisione, per la sua passione, per la sua arte. La ringraziamo di cuore, di tutto quello che a noi ha voluto offrire come lettori prima, e comefruitori delle sue opere dopo.
N.B. per visionare altri lavori del maestro Doisneau visita qui : Sito ufficiale Robert Doisneau
Per leggere le precedenti interviste con i Grandi Maestri clicca Qui..: “The Sunday of Great Masters”
Vi ringrazio per la lettura, a presto, sempre qui….sempre su On50mm.
L’intervista oggetto dell’articolo è frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se basata su fatti e argomenti veri e realmente accaduti. © Giorgio Casiello
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Henri Cartier Bresson…cogli l’attimo…e impara ad attenderlo.

Eccoci ancora una domenica con il nostro consueto appuntamento domenicale con “The Sunday of Great Masters“. Oggi ci ritroviamo in un’occasione doppiamente importante. C’è il nostro appuntamento con i Grandi Maestri ma…è anche la domenica di Natale !!
Vorremmo quindi porgervi i nostri migliori Auguri per voi e le vostre famiglie. Ma passiamo al protagonista dell’intervista di oggi. Per un’occasione speciale come il Natale ci voleva un protagonista parimenti speciale. La nostra scelta è ricaduta su una delle icone del fotogiornalismo mondiale, tra i fondatori dell’agenzia Magnum Photo, conosciuto e assolutamente dichiarato tra i Big della storia della Fotografia. Stiamo parlando del francese Henri Cartier Bresson (1908 – 2004).


Come dicevamo precedentemente, oggi abbiamo l’onore di intervistare nientepopodimenochè il Maestro Bresson. Iniziamo subito il colloquio con lui e approfittiamo di tutto il tempo di cui ci fa orgogliosi fruitori.

D: Buondì signor Bresson e Buon Natale !! La ringrazio a nome di tutto lo staff di averci dedicato questo momento di approfondimento sulla sua persona e sulla sua storia, di uomo e fotografo, anche in un giorno di festa come oggi. Sta facendo un grande regalo ai nostri lettori.

R: Come siete gentili. Buon Natale anche a voi, e tanti, grandi e affettuosi, auguri a tutti i lettori che, in questo giorno di festa, hanno trovato il tempo per leggere della mia storia. Mi rendete felice, credo che le migliori gioie e soddisfazioni della vita siano proprio cose come questa…sentire l’affetto della gente che, anche non conoscendoti di persona, ti vuole bene, e ti ammira….questo per me rappresenta molto. Non credi ?

D: Sono perfettamente d’accordo con lei…Mr. Bresson vuole accennare in breve alla sua vita…come è iniziata la storia di Henri Cartier Bresson ?
R: La storia iniziò tanti tanti anni fa. Precisamente iniziò nel 1908 a Chanteloup-en-Brie, in Francia. Li venni alla luce io, ovvero Henri Cartier Bresson ( cosi mi chiamano tutti )…da ragazzino ero molto attivo e cercavo sempre di imparare cose nuove. Fu così che grazie alla “guida” di mio zio Louis che mi appassionai all’arte della pittura. La pittura è stato insieme alla fotografia il mio più grande amore. Attraverso di essa potevo liberarmi, esprimermi, mi lasciavo andare e lei insieme a me creava l’impossibile. All’inizio, sempre su consiglio di mio zio, iniziai a frequentare salotti come il Cafè Cyrano e personaggi molto particolari, che erano una vera fonte di ispirazione per la mia vena artistica; conobbi alcuni nomi importanti dell’epoca come Jaques-Emile Blanche e André Lhote, che mi iniziarono alla corrente surrealista francese in pittura. Fino ad allora tuttavia non mi ero mai interessato alla fotografia, in quanto la vedevo lontana da me come metodologia e strumento di personale espressione.

D: Quale è stata quella goccia che ha fatto traboccare il vaso della sua passione?
R: Come ho detto già, in gioventù la fotografia non mi attraeva, la vedevo distante da me e preferivo metodi di espressione più “fisici” come la pittura. Tuttavia quando iniziai a fare i primi viaggi in giro per il mondo mi procurai una macchina fotografica Brownie Box. Fu lei che insinuò in me, di soppiatto e in gran segreto, il seme della passione fotografica. La vera scintilla che diede fuoco al barile di polvere esplosiva che sarà poi la passione fotografica fu, però, una foto di Martin Munkacsi. Quella foto fu un vero pugno nello stomaco….quando la vidi per la prima volta mi tolse il respiro. Avete presente quando un’emozione fortissima vi assale all’improvviso, tanto da togliervi il fiato ? …bè a me successe quella cosa. Mi ritrovai a contemplare quell’immagini senza distogliere lo sguardo….non ci riuscivo….era un’immagine che mi trasmetteva vita, movimento, libertà, grazia, emozione, era qualcosa che trascendeva la morta inanimatezza di un supporto cartaceo per prendere vita dentro di me e dentro il mio cuore.

D: FInalmente nel ’32 compra la sua prima grande macchina fotografica….
R: Avevo messo da parte qualche spicciolo, fortunatamente i miei genitori erano abbastanza ricchi e quindi fu proprio nel 1932 che mi comprai una macchina fotografica degna di questo nome. Era una Leica 1 (formato 35mm) con una singola lente da 50mm. Per fare pratica con questa nuova macchina, totalmente innovativa rispetto a quella che possedevo da giovane, feci numerosi scatti a anatre e animali selvatici che incontravo nei parchi della mia città, immagini che però non ho mai divulgato, dato che le consideravo una sorta di “battesimo” per la mia macchina e la lente. Mi ha accompagnato per anni, divenne una vera estensione del mio occhio e molti dei miei migliori lavori li ho fatti proprio con questa lente. Mi permetteva di rappresentare la realtà così come la vedevo….così come essa appariva a me. E’ con questa lente che ho scoperto quella che poi in seguito sarà definita da alcuni “street photography“…non c’è nulla dietro la mia fotografia…non ci sono trucchi, artefatti, simulazioni. Fotografavo quando l’istinto mi diceva di premere il pulsante di scatto…e cercavo di cogliere sopratutto i piccoli dettagli…perche “In fotografia anche la più piccola cosa può trasformarsi in un grande soggetto. Gli stessi piccoli dettagli dell’essenza umana possono diventare un motivo conduttore di uno scatto“. Uno dei grandi vantaggi di questa macchina erano le sue ridotte dimensioni, che mi facevano passare inosservato. Addirittura ero solito mettere del nastro adesivo nero sulla scritta Leica, in modo da farla sembrare una comune macchina fotografica economica. In tal modo dopo un po’ la gente si abituava a me e non ci faceva più caso. Bene. A quel punto, essendo penetrato oltre il muro della diffidenza, potevo ambire a catturare momenti magici. Un elemento da non sottovalutare, però, era la capacità e aggiungerei la volontà di aspettare, di sapersi fermare. Non pretendere lo scatto perfetto subito. In alcuni casi quello scatto perfetto arrivava davvero subito, in altri casi mi fermavo anche parecchio tempo e aspettavo. Sapevo che se avessi imparato ad aspettare, quello scatto prima o poi sarebbe arrivato. Oggi viviamo un mondo dove il tempo è prezioso, dove chi corre di più andrà più lontano, dove le cose devono essere pronte all’istante e la capacità di saper attendere è davvero più unica che rara. Con questo vi invito a fare una prova…uscite per strada e fatevi un bel giro. Non pretendete di ritornare carichi di foto entro mezz’ora….ma sappiate aspettare. Al posto di troppe foto scialbe ne porterete a casa solo alcune, ma davvero sensazionali.
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D: Lei è anche uno dei fondatori della celeberrima agenzia Magnum Photo…come è nato tutto ?
R: Potrei dire che tutto nacque con l’amicizia con il polacco “Chim“, alias David Szymin ( che poi cambiò nome in David Seymour ). Avevamo molto in comune, e un’ottima amicizia ci legava. Fu lui che mi presentò l’ungherese  Endré Friedmann (anche lui cambierà nome in Robert Capa), un uomo dal carattere forte ma sempre gentile e pronto a scendere in campo con la sua macchina fotografica, senza alcun timore nè remora. Per alcuni anni la nostra amicizia ci tenne in contatto, permettendoci anche di condividere e mostrare l’un l’altro i rispettivi lavori che si facevano. Un giorno tuttavia fu proposta l’idea di associarsi in un’agenzia che ci unisse, ma che allo stesso tempo valorizzasse le rispettive singolarità. Fu così che, anche con la collaborazione di altri fotografi come George Rodger e William Vandivertnacque l’agenzia “Magnum Photo”.
Subito dopo io inizia a intraprendere numerosi viaggi intorno al mondo come reporter. In quensto periodo ho conosciuto terre dimenticate da tutti, posti magici, persone malvagie, ma anche veri angeli.
D: Anche lei partecipò alla II Guerra mondiale…fu un’esperienza terribile vero?
R: Più che terribile. Mi arruolai nel ruolo di caporale nel reparto di cinema e fotografia, che si occupava di documentare con filmati e foto le vittorie e i momenti più importanti della battaglia. Fui catturato dai nazisti nel 1940 e fui loro prigioniero per ben 35 mesi….fu un periodo distruttivo sotto tutti i punti di vista. Fui costretto a fare lavori manuali pesantissimi in un campo forzato, fui schernito, umiliato e percosso un’infinità di volte. Fu così che decisi di tentare la fuga. I primi due tentativi non riuscirono, e mi portarono a un periodo di isolamento, mentre il terzo tentativo riuscì e con grande fortuna e con l’aiuto di alcuni contadini del luogo riuscii a nascondermi e a scappare, tornando in Francia. Quì dissotterrai la mia amata Leica, che appunto avevo nascosto sotto terra prima di partire in guerra. Mi fu commissionata dal governo americano la realizzazione di un filmato sul ritorno dei prigionieri e degli sfollati nei propri territori natali…quelle immagini erano davvero cariche di tristezza in quanto quelli che tornavano a casa avevano ancora nel cuore tutti i compagni e gli amici morti in quei territori così avidi di sangue.
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Vogliamo ringraziare con il cuore mister Bresson per il tempo che ha messo a disposizione per conoscerlo meglio, e per conoscere meglio i suoi lavori, segno e risultato della sua sensibilità e del suo estro.
Ci ritroveremo domenica prossima per conoscere più da vicino un altro grande Maestro, personaggio di spicco del mondo fotografico e distinto esponente di questa nobile arte.
N.B. per visionare altri lavori di Henri Cartier Bresson vai qui :
Le foto dell’articolo appartengono a : www.magnumphotos.com, Web.
Per leggere le precedenti interviste con i Grandi Maestri clicca Qui..: “The Sunday of Great Masters”
Vi ringrazio per la lettura, a presto, sempre qui….sempre su On50mm.
L’intervista oggetto dell’articolo è frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se basata su fatti e argomenti veri e realmente accaduti. © Giorgio Casiello
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Vado anch’io in guerra, ma impugnando una macchina fotografica. Robert Capa.

Bentrovati ancora una volta con il nostro consueto appuntamento domenicale con “The Sunday of Great Masters”.
L’ospite che oggi intervistiamo nella forma della ormai tipica intervista immaginaria è uno dei padri fondatori del fotogiornalismo mondiale e della fotografia di reportage, potremmo addirittura definirlo uno dei primi grandi, veri, maestri e esponenti della fotografia di reportage di guerra nei più importanti teatri bellici del novecento.
Parliamo del grande Robert Capa (1913 – 1954), ungherese di nascita ma vero cittadino del mondo per adozione.

D: Ringraziamo l’ospite che è qui con noi per la nostra consueta intervista domenicale con i grandi maestri…Lui è uno dei più importanti e dei più acclamati fotografi del mondo del reportage e del fotogiornalismo, accogliamo con grande onore e piacere mister Robert Capa….
R: Grazie grazie…non frequento molto posti come questo, nonostante ciò mi sento molto a mio agio…vi ringrazio per avermi invitato e per i vostri lusinghieri complimenti….Grazie davvero.

D: Mister Capa vuole accennare un po’ la sua vita, la sua infanzia, gioventù…le prime esperienze??

R: Certo che si…in realtà avrei molto di cui raccontare perchè in effetti la mia gioventù è stata abbastanza movimentata e ricca di avvenimenti. cercherò di essere quanto più sintetico e esaustivo possibile. Allora…bene inizio presentadomi. Il mio vero nome è Endre Ernő Friedmann e sono nato a Budapest, in Ungheria, nel 1913. In Ungheria nel periodo della mia giovinezza governava una dittatura di estrema destra, che opprimeva la mia gente e prevaricava i suoi diritti. Proprio per non dover vivere sotto i dettami di tale dittatura lasciai la mia casa a 18 anni. Fui implicato anche nelle proteste contro il Governo, militando nel Partito Comunista locale. Fu così che, stanco della situazione insovvertibile e insopportabile del mio paese, decisi di scappare e rifugiarmi in Germania. Mi stabilii a Berlino. All’inizio decisi che mi sarei dedicato alla letteratura, magari diventando uno scrittore, ma ben presto fui catturato da quella cosa meravigliosa che è l’arte fotografica.

D: Anche lei, come molti altri grandi fotografi del Novecento ha subito quello che sarà l’odio Nazista…

R: Esatto…anche io. Avendo origini ebraiche non era più sicuro continuare a vivere in quello che poi diventerà il centro dell’impero che è stato il Terzo Reich. Così nel 1933 decisi di andare via ancora una volta, ancora una volta lasciare tutto ciò che mi era divenuto caro per andare a vivere in un altro posto. Mi traferii in Francia, dove mutai il mio nome appunto in Robert Capa, un nome facile da pronunciare e assonante al cognome del famoso regista americano Frank Capra. Inizialmente in Francia non riuscii a trovar un posto come fotografo e giornalista freelance. D’altronde in momenti ciritici come quelli tutto poteva esserci tranne un clima di normalità, in tutti i settori.
Decisi quindi di farmi passare per “americano“, e quindi anche grazie all’aiuto della mia fidanzata che fungeva da “intermediaria“, riuscii a vendere le mie prime foto, spacciate appunto come le foto “del grande fotografo americano Robert Capa“.

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D: Signor Capa lei è entrato nella storia del fotogiornalismo e del reportage fotografico …ci può spiegare la sua partecipazione ai conflitti da cosa era spinta, cosa in realtà le faceva superare la paura della morte in battaglia come un comune soldato….?
R: E’ una domanda che mi hanno posto in molti. Dopo aver fatto qualche lavoretto in Francia decisi, insieme alla mia compagna Gerda Taro, anch’essa fotografa, e all’amico David Seymour di partire per la Spagna dove stavano avendo luogo scontri armati tra repubblicani e militari del Governo franchista. Fu così che tra il 1936 e il 1939 viaggiammo attraverso parecchi luoghi della Spagna, documentando quello che era lo scontro, quella che era la battaglia, quella che era la Guerra.

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D: Fu proprio nel periodo in cui lei documentò le atrocità della guerra in Spagna che riusci a catturare la Morte stessa in una foto…
R: Eravamo nella località di Cerro Muriano, nei pressi di Cordova, e truppe di franchisti avevano attaccato un gruppo di repubblicani, che a loro volta avevano risposto al fuoco. Io, seguendo il mio istinto, iniziai ad avvicinarmi, sotto alla pioggia di proiettili, alla posizione dei repubblicani. Appena trovavo un punto leggermente riparato mi fermavo e scattavo. Fu proprio nel momento in cui scattai la foto a un repubblicano impegnato nel combattimento, che questo ebbe un improvviso sussulto e fece un balzo disarticolato all’indietro, colpito mortalmente da una pallottola nemica. Al momento non realizzai la cosa, ma si, in quello scatto fotografai la Morte che coglieva quell’uomo. Alcuni hanno fatto ipotesi e supposizioni sulla veridicità di questa immagine. Io posso solo rispondere che non c’era bisogno di inventare nulla…la realtà di quelle orrende stragi era sotto gli occhi di tutti. Io ho avuto il sangue freddo di raccontarle da vicino attraverso la mia macchina fotografica Leica. Potrei citare una mia affermazione a riguardo : “Per scattare foto in Spagna non servono trucchi, Non occorre mettere in posa. Le immagini sono lì, basta scattarle. La miglior foto, la miglior propaganda, è la verità.”

D: Ha successivamente partecipato a numerosi altri conflitti, anche rischiando numerose volte la vita esponendosi in prima persona tra i soldati in prima fila…giusto?
R: SI. Dopo essere andato via dalla Spagna tornai per un preiodo in Francia, dove feci alcuni altri lavori. Ma presto anche l’America dichiarò guerra all’alleanza italo-tedesca e quindi mi recai negli USA, a New York, per poter intraprendere il percorso insieme ai soldati americani lungo la rotta che li avrebbe portati in guerra in Europa. Fui così imbarcato su una portaerei e partecipai a numerose operazioni belliche americane, documentandole per conto di giornali a cui spedivo poi i rullini, uno tra tutti il famosissimo LIFE. Documentai numerose operazioni in Africa del Nord e in Europa. Parteicpai in prima persona nello sbarco degli americani in Sicilia, paracadutandomi di notte con alcuni soldati di prima linea sulle coste sicule. Rimasi intrappolato su un albero, con il rischio di essere sparato fino alla mattina successiva. Era uno dei pochi modi che avevo per poter documentare per primo i fatti che avvenivano nelle prime linee, spesso più cruenti e sanguinosi di quelli che invece si potevano immaginare quando poi arrivava il grosso dell’esercito. E’ davvero brutta la guerra, è brutto quello che lascia nel cuore degli uomini, ed è brutto quello che lascia come segno nel mondo…io tuttavia credo che «La guerra è un inferno che gli uomini fabbricano da soli», poichè è l’uomo stesso che ha creato la guerra , è l’uomo stesso che ha creato da sè il mezzo della propria distruzione.
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D: Ha partecipato anche in prima persona al famosissimo sbarco in Normandia, nel D-Day…
R: SI, anche in quel caso ho voluto rischiare e sono sbarcato insieme ai ragazzi di prima linea sulla spiaggia di Omaha beach in quella enorme operazione bellica che è stato lo sbarco in Normandia da parte degli Americani. Volli testimoniare il massacro, il dolore, la morte, l’inutilità del male. E lo volli fare stando vicino a quei ragazzi, che morivano intorno a me come mosche, e lentamente il mare si tingeva di rosso. Tuttavia la serie di rullini che racchiudevano gli scatti dello sbarco in Normandia furono rovinati nello sviluppo. Rovinati in una maniera abbastanza pesante molti furono così buttati, in seguito verranno recuperati solo 11 scatti, pubblicati poi in un libro chiamato “Slightly out of focus” (leggermente fuori fuoco). Tutti questi scatti presentavano in seguito all’errore di sviluppo un leggero sfocato, ma nonostante quello trasmettevano pienamente tutta la brutale violenza insita nella battaglia, tanto che addirittura quando la rivista LIFE ci fece un articolo mise in copertina le meno crude e strazianti, anche per introdurre il lettore a quelli che erano gli spazi e la dimensione di quell’attacco.
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D: Tornato in Europa ha poi deciso di aprire un’agenzia fotografica oggi tra le maggiori al mondo, la Magnum Photo.

R: Si, è stato un progetto che ho lanciato con i miei colleghi e compagni Henri Cartier-Bresson, David “Chim” Seymour e George Rodger. Con loro infatti, di comune accordo, decidemmo di aprire questa agenzia fotografica, affinchè diventasse punto di riferimento per tutti i migliori fotoreporter del mondo. Oggi è appunto una delle più grandi e importanti agenzie, che annovera tra i suoi soci personaggi del calibro di McCurry, Scianna, e molti altri.

Ricordiamo che a nome di Robert Capa viene assegnato ogni anno un prestigiosissimo premio mondiale che appunto và al miglior foto-reporter di guerra, capace di affrontare con sangue freddo le avversità e il pericolo, riuscendo a inviare documentazioni eccezionali sulle atrocità che la guerra sempre comporta. Citando la definizione del Robert Capa Gold Medal il premio và appunto per “il miglior reportage fotografico dall’estero, per realizzare il quale siano stati necessari eccezionali doti di coraggio e intraprendenza”.

Ringraziamo altresì Robert Capa per la gentile offerta del suo prezioso tempo, dedicandola appunto a raccontare in maniera semplice quella che è stata la sua vita. Come dice il suo biografo ufficiale Richard Whelan : “nonostante realizzasse le sue fotografie per sostenere le cause di coloro nei quali egli credeva fermamente, come gli antifascisti spagnoli, i cinesi, gli alleati della seconda guerra mondiale, gli ebrei durante la guerra di indipendenza israeliana, paradossalmente testimoniava la propria simpatia ad entrambe le parti in conflitto … Sebbene, alcuni di questi soldati rappresentassero «il nemico», essi erano anche vittime, in quanto esseri umani, delle orrende strategie della guerra”.

N.B. se vuoi visionare altre foto di Robert Capa visita qui :
Magnum Photo album
– TIME , World at War
America at War
Materiale fotografico articoli : Magnum photo, Web.

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L’intervista oggetto dell’articolo è frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se basata su fatti e argomenti veri e realmente accaduti. © Giorgio Casiello