Don Mccullin….storie di morte e crudeltà.

Ci ritroviamo ancora insieme per il nostro appuntamento con la storia, e con quelli che la storia l’hanno fatta, fotograficamente parlando s’intende. Oggi sarà con noi un uomo davvero molto conosciuto grazie alle sue magnifiche doti di fotoreporter e fotogiornalista. E’ inglese, e anche lui è nato nel Novecento, prendendo anche parte personalmente ai maggiori conflitti del secolo….divenuto poi uno dei soggetti più conosciuti delle sue fotografie.
E’ oggi con noi mister Don Mccullin (1935 – ), uno dei nomi più conosciuti dell’ambiente reportage, spesso considerato l’erede unico del mitico Robert Capa per la profondità e la notevole importanza e spessore artistico delle sue foto.


D: Un benvenuto a lei, signor Mccullin…so che ora vive nella sua residenza di Somerset, ritirato dal mondo fotografico “ufficiale“, spero sia di suo gradimento l’umile accoglienza che le offriamo.
R: Certo che è di mio gradimento, vi ringrazio. Al giorno d’oggi sono pochi quelli che mi intervistano per parlare del mio modo di vedere la fotografia nella sua interezza, nella sua totalità. Troppo spesso vengo chiamato e intervistato da gente inesperta, che non sa nulla di fotografia, e comunque pretende di spiegare le cose a modo suo, senza cognizione di causa insomma. Mi fa molto piacere essere qui con voi oggi.

D: Signor Mccullin lei ha vissuto potremmo dire quasi “due secoli” in quanto ha vissuto in prima persona gli avvenimenti più importanti del secolo scorso e sta vivendo anche quelli di oggi. Ci può dare qualche veloce notizia circa la sua vita, come nasce il Mccullin fotografo?

R: Il Mccullin, prima ancora che fotografo, è un semplice cittadino britannico. Il mio nome completo è Donald Mccullin, ma tutti ormai mi conoscono come Don, diminutivo molto diffuso nella mia terra d’origine. Sono nato a Finsbury Park (sobborgo Nord di Londra), il 9 ottobre 1935. Sono nato in un posto malfamato, dove la violenza, l’ignoranza, la puzza, il bigottismo, erano qualcosa di quotidiano e normale. In famiglia eravamo 5, ma vivevamo in due cameroni in un seminterrato di un palazzone decrepito. Mio padre morì quando io ero ancora un ragazzino, avevo 13 anni, e non mi dimenticherò più finchè morirò le urla dei miei fratelli e di mia madre sul corpo ormai senza vita di mio padre.
Non li dimenticherò mai più. Mai.
Mia madre vista la situazione terribile in cui ci trovavamo decise di affidarci a famiglie che stavano meglio di noi….fu così che mia sorella fu affidata a una famiglia borghese e io andai a vivere in una fattoria a Somerset. Mio fratello invece si arruolò nella Legione Straniera e non lo rivedemmo più.
Fatto più grandicello mi arruolai nella RAF ( Royal Air Force ) britannica. Volevo diventare fotografo dell’aviazione e così venni mandato nel 1956 nella zona del Canale di Suez. Tuttavia non riuscii a passare l’esame di teoria necessario a ottenere il titolo di fotografo e così mi assunsero per lavorare in camera oscura, nello sviluppo delle pellicole. Non mi è mai piaciuto studiare, ho lasciato la scuola a 15 anni, ma in alcuni casi ho rimpianto il non aver voluto trarre il massimo dai miei studi.
E fu così che nacque il Mccullin fotografo.

D: Successivamente lei ha realizzato dei reportage sulla vita delinquenziale della sua città e non solo…vuole parlarcene?

R: Certo. Dopo essere tornato dall’esperienza nella RAF, riuscii a comprarmi la mia prima macchina fotografica, una Rolleicord biottica, che però tempo dopo dovetti dare in pegno per una situazione di estrema povertà familiare. Sarà proprio una macchina fotografica, una Nikon F2, a salvarmi la vita deviando un proiettile di un kalashnikov AK47 diretto proprio alla mia testa, durante un combattimento al quale presi parte come reporter.
Fu con quella macchina fotografica che scattai delle foto alla gang del mio quartiere, i cosiddetti “The Guvners“… una delle foto che scattai rappresentava l’assassinio di un poliziotto da parte di un membro della gang. Tale reportage poi finì su un giornale, il “The Observer“.
Ho lavorato per quel giornale per alcuni anni, e furono proprio i dirigenti di quel giornale che mi proposero di coprire la guerra di Cipro nel ’64. Sarà l’inizio della mia carriera di fotografo di guerra.

D: Come ha già anticipato, la copertura della guerra di Cipro darà l’inizio alla sua carriera come reporter di guerra, occupazione che le ha permesso di viaggiare molto e vivere in prima persona numerosissime esperienze drammatiche…
R: Drammatiche è dire poco. Ho viaggiato molto, è vero, ma mai con il piacere di un viaggio spensierato. Io sapevo di viaggiare verso luoghi di morte, verso luoghi di depravazione e annientamento dell’essere umano. Ho raccontato attraverso le mie foto la guerra nel Biafra ( ex-stato in Nigeria ), Congo belga, Bangladesh, la guerra civile libanese, Uganda, Phnom Penh, El Salvador, l’invasione russa dell’Afghanistan. Sono tutte esperienze che mi hanno segnato, mentalmente e fisicamente.

don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin

D: Si, perchè c’è da dire che lei ha corso numerosissimi pericoli mortali documentando queste guerre…
R: Ho rischiato più volte di morire, è vero. Una volta mi stavano per accoltellare mentre cercavo di passare un posto di blocco musulmano a Beirut, sono stato accecato da una carica di gas CS durante una sommossa a Derry in Irlanda del Nord, o ancora mi sono beccato dei frammenti di mortaio nelle mie carni in Cambogia. Sono tutti segni fisici che porto con me ovunque vado, e mi ricordano quotidianamente quanto male i miei occhi hanno visto e quanta malvagità il mio corpo stesso ha avuto modo di sperimentare. L’esperienza più trumatica, tuttavia, risale a quando fui catturato dai teppisti di Idi Amin in Uganda, e portato in un carcere famigerato per la crudeltà con cui ammazzavano i prigionieri….semplicemente gli spaccavano le teste con dei martelli. Sono tutti ricordi che mi assalgono spesso, come incubi, e di cui non credo riuscirò mai a liberarmi. Ho avuto una vita difficile, e in parte questo è dipeso dalle mie scelte, fatto sta che posso affermare di aver visto pià volte cosa significa davvero, nel più profondo senso, la parola terrore.
All’epoca succedeva che a volte facevo strani incubi, nei quali sognavo di riportare a casa non rullini fotografici, ma pezzi di carne umana, brandelli di quello che i miei occhi quotidianamente vedevano e tentavano di dimenticare e sopprimere nell’oblio dei sensi di colpa.

don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin

D: Oggi ha abbandonato il mondo del reportage di guerra, so che si dedica a paesaggi nella sua terra d’origine ma non solo…
R: Non ne potevo più di quel mondo, di vivere tra i cadaveri, di rappresentare la morte. Non credo e non ho mai creduto nell’ipocrisa diffusa che ritiene che scattare foto ai morti e alla guerra sia un modo per condividere quella che è la guerra con il mondo, informando. No, noi reporter di guerra abbiamo usato a nostro vantaggio la morte….l’abbiamo sfidata sì, ma solo per interesse personale. Odio l’ipocrisia. E parimenti odio i moderni network che pur di fare notizia arrivano a una bassezza vomitevole. Ho visto inviati di importanti testate giornalistiche fare riprese e discorrere tranquillamente mentre calpestavano cadaveri di soldati e di civili, senza pudore li pestavano, e ci passavano sopra. Questo è anche uno dei motivi che mi ha fatto lasciare il mondo giornalistico per dedicarmi a una fotografia più serena e privata.
Come ha ben detto, oggi mi occupo di fotografia di paesaggi…paesaggi invernali, senza persone, pieni e intrisi di quella bellezza naturale, di quella vita che per troppo tempo ho evitato, accompagnandomi alla sorella più macabra, la morte.

don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin

D: …oltre ai paesaggi, so che ha sviluppato anche dei lavori di stampo etnografico su alcune tribù africane….
R: Si, è parecchio ormai che ho intrapreso questo progetto. Sono diventato anziano, ora mi dedico a progetti diversi, anche se la violenza continua a serpeggiare intorno a me. Credo che non mi abbandonerà mai. Come ha ben detto, ho sviluppato dei lavori che vogliono documentare la situazione di alcune tribù africane dell’Etiopia del sud, dove ancora la “civiltà” del XXI secolo non è ancora arrivata, dove c’è gente che ha poco, pochissimo, ma ha ancora dignità e onore da vendere. La violenza mi ha trovato anche là, dove gli uomini in cambio delle foto chiedevano soldi, non per loro, per il loro cibo, per le loro case, per i loro abiti. No. Soldi per i loro kalashnikov, unico mezzo che hanno per difendere le loro terre e i loro pascoli da coloro che vogliono portarglieli via.
Credo che la violenza non mi abbandonerà mai. Mai.
Questa è la mia vita. E la mia fotografia.

don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin don mccullin
N.B. se vuoi approfondire la conoscenza sul maestro Mccullin puoi visitare queste pagine :
 – Su NITAL.IT puoi leggere un’intervista molto bella a proposito della scelta dei paesaggi ;
– Sul sito del Guardian puoi vedere un video con un’intervista dal vivo e altre foto del maestro….

Fonti fotografiche : Web

Per leggere le precedenti interviste con i Grandi Maestri clicca Qui..: “The Sunday of Great Masters”
Vi ringrazio per la lettura, a presto, sempre qui….sempre su On50mm Blog Fotografico.

L’intervista oggetto dell’articolo è frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se basata su fatti e argomenti veri e realmente accaduti. © Giorgio Casiello

One Response to “ Don Mccullin….storie di morte e crudeltà. ”

  1. Ormai che te lo dico a fare? Ottima anche questa.

Lascia un commento