Robert Doisneau…la mia arte tra la gente comune.

Un caldo bentornati a voi, cari lettori, con il nostro consueto appuntamento con la settimanale “Sunday of Great Masters“. Anche oggi una interessante intervista immaginaria, anche oggi un grande maestro che ha fatto la storia della fotografia, e che ha offerto ispirazione ai fotografi di ieri, oggi e domani.
Stiamo parlando del francese Robert Doisneau (1912 – 1994), uno dei primi fotografi del ‘900, uno dei primi a vedere la fotografia non più solo come una mera registrazione di immagini prive di emozioni, ma anche come un qualcosa che sapesse veicolare emozioni, bisogni, visioni.

D:Benvenuto signor Doisneau, innanzitutto la ringrazio per aver accettato la mia proposta, nonostante il periodo di festa. Poi vorrei complimentarmi con lei per la grande bravura e passioneche traspare dai suoi scatti, per la sua voglia di dare dignità alla fotografia come artee per la sua immensa maestria che l’ha resa famoso in tutto il mondo, a buona ragione direi. Vogliamo iniziare con una breve presentazione ?

robert doisneau

R: Non è stato affatto un peso accettare la tua proposta, nè tantomeno un dispiacere rinunciare a parte del mio tempo per raccontare quella che è stata la mia vita e la mia carriera. Debbo presentarmi giusto? Mmmm…Bene. Mi chiamo Robert Doisneau e sono nato nel 1912 in Francia, in un piccolo paese chiamato Gentilly, a pochissimi chilometri da Parigi, potremmo definire Gentilly un sobborgo della capitale. Fin da giovane avevo una certa passione per l’espressione artistica, vivendo appunto nei pressi della capitale mondiale dell’arte di allora, Parigi. Fu così che decisi di non continuare gli studi scolastici e, preso il diploma diincisore litografo presso “l’ecòle Etienne“,  iniziai subito a lavorare presso un laboratorio nel mio paese. Pochi anni dopo abbandonai la litografia per sperimentare la scultura, lavorando insieme a André Vigneau, artista dalle mille risorse e conoscenze, che mi insegnò tanti trucchi e tanti modi di lavorare e capire quello che stava venendo fuori dalla materia. Devo ringraziare queste esperienze fatte in gioventù nel mondo artistico, se ho maturato quella consapevolezza e quella passione che mi ha portato a fare scelte anche impopolari, ma assolutamente sentite.

D: Una di queste scelte fu quella di intraprendere la carriera di fotografo giusto?
R: Esatto. Fu la prima di tante altre potrei dire. Inizialmente come ho detto, lavoravo presso un laboratorio di scultura. Tuttavia iniziai a maturare un’idea diversa di ciò che volevo fare davvero, qualcosa che fosse mio, qualcosa che mi permettesse di entrare a contatto con la gente, di vivere e vedere la vita che senza freni e senza pause scorreva per le strade…fu così che, quindi, comprai la mia prima attrezzatura e mi lanciai in questa avventura. Dovete sapere che all’epoca la fotografia era una vera arte di nicchia. Molto pochi erano quelli che possedevano una macchina fotografica e ancora meno erano quelli che tentavano di utilizzare quest’arte non solo come fredda rappresentazione di una scena, ma anche come mezzo di comunicazione artistica. Tutti i fotografi dell’epoca, infatti, lavoravano direttamente per aziende o agenzie. Nessuno si sognava di mettersi a fare scatti artistici e comunicativi, vuoi per il costo non indifferente dello sviluppo e stampa, vuoi per il fatto che mancava la vera e propria “cultura” necessaria a creare quel bisogno nei fotografi stessi e, di riflesso, nel pubblico. Dopo poco aver intrapreso la mia attività di fotografo fui assunto dalla nota casa automobilistica franceseRenault, che mi assunse a lavorare come fotografo industriale per i suoi prodotti.

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D: Anche lei ha vissuto il dramma della guerra e vi ha partecipato in prima persona. Tuttavia, non sono passati alla storia molti suoi scatti di quel periodo e di quei momenti ( differentemente da altri autori )…come mai ?
R: Vede, il tutto parte da molto prima. Già quando iniziai a intraprendere la mia attività di fotografo decisi ( in verità avvenne tutto inconsciamente, senza alcuna decisione “ufficiale” ) , dicevo decisi di ritrarre la gente comune, nei luoghi comuni, in situazioni comuni. Mi piaceva passeggiare per le strade della bella Parigi, con la macchina fotografica tra le mani, e scattare foto a bambini, donne in pausa dal lavoro, uomini con il cagnolino al guinzaglio, che se ne andavano a spasso camminando con passi leggeri….insomma…mi piaceva ritrarre la gente nel contesto della normalità….una normalità che però sapeva regalare sempre dei momenti interessanti. Non apprezzavo coloro che, invece, pur di fare presa sul pubblico, ritraevano immagini di guerra o di violenza, o di morte. Certo potrete dirmi, alcuni di questi hannorischiato la vita e lo hanno fatto anche per un senso di coinvolgimento della comunità internazionale, per raccontare quello che loro stessi vedevano e veramente accadeva. Ma non ci posso fare niente, mi sembrava una forzatura e non ho mai fatto questo genere di fotografia, non ci riuscivo, era più forte di me. Ecco spiegato come mai nel periodo di guerra che ho vissuto, partecipando come soldato, non ho scattato molte foto e la maggior parte di quelle che ho scattato non sono state pubblicate.

D:parlavamo del genere che lei prediligeva, la semplicità, la normalità….come mai questa scelta ?
R: Più che scelta io direi bisogno. Si perchè in effetti io non mi sono mai posto nella condizione di decidere “faccio questo genere o non lo faccio“. Io scattavo quello che più mi piaceva, cercando un filo logico nei miei scatti, ho poi intuito di preferire le foto alla gente comune, un “inno” alla semplice e comune normalità. Fu così che parallelamente ai soggetti “commerciali“, per i quali e con i quali lavoravo (vedi il contratto con Renault) iniziai anche a godermi una sorta di fotografia più personale, parallela e scissa da qualsiasi utilità commerciale o pubblicitaria, qualcosa di assolutamente sconosciuto ai fotografi dell’epoca. “Quello che io cercavo di mostrare, era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere”.

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D: In una sua precedente intervista ho letto che lei considera la fotografia alla stregua della “continuazione del sogno“…vuole spiegare meglio ai nostri lettori cosa intendeva con ciò ?
R: Si è una mia affermazione. Ha proprio colto la frase essenziale di quell’intervista. Dicevo esattamente : “Vi spiego come mi prende la voglia di fare una fotografia. Spesso è la continuazione di un sogno. Mi sveglio un mattino con una straordinaria voglia di vedere, di vivere. Allora devo andare. Ma non troppo lontano, perché se si lascia passare del tempo l’entusiasmo, il bisogno, la voglia di fare svaniscono. Non credo che si possa “vedere” intensamente più di due ore al giorno”. Bene, tutto è racchiuso in questa affermazione, non potrei aggiungere nulla di maggiormente esaustivo….

D:Dopo essere tornato dalla guerra ha abbandonato il settore pubblicitario per entrare nell’agenzia “Rapho“, quello è stato il periodo più interessante per quanto riguarda la maturità e la profondità dei suoi scatti….cosa le dava in più rispetto ai lavori di commissione precedenti ?
R: La collaborazione con l’agenzia “Rapho” è stato uno dei legamipiù forti che ho mantenuto in vita mia….è durata all’incirca 50 anni…quasi quanto la mia intera carriera fotografica. Quando entri in un’agenzia, se questa sa accoglierti e farti sentire come parte integrantedella stessa, ti ritrovi a considerarla come una seconda famiglia, come un luogo amico, come la capanna sull’albero sempre al riparo dalle difficoltà del mondo. Questo è stato per me “Rapho”. Ha anche ragione nel sostenere che in questo periodo hanno visto la luce i miei migliori scatti, come ad esempioLe baiser de l’hôtel de ville” , forse il mio più celebre scatto, oppureLe dent” , o ancora Les Frères“. In questo periodo ho anche sperimentato una fotografia allegra, sagace, che sapeva cogliere nella stessa normalità l’ilarità intrinseca in ogni situazione e in ogni personaggio. Molti degli scatti appartenenti a questa “fase”, infatti, hanno come loro punto di forza proprio il sorrisoche riescono a stimolare nel lettore dell’opera, in colui che si meraviglia di quanto la semplice quotidianità sa e può regalare a un attento osservatore pronto a cogliere l’attimo, sapendolo tuttavia anche pazientemente attendere.

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Vogliamo ringraziare monsieur Doisneau per tante cose….per la sua disponibilità, per la sua voglia di condivisione, per la sua passione, per la sua arte. La ringraziamo di cuore, di tutto quello che a noi ha voluto offrire come lettori prima, e comefruitori delle sue opere dopo.
N.B. per visionare altri lavori del maestro Doisneau visita qui : Sito ufficiale Robert Doisneau
Per leggere le precedenti interviste con i Grandi Maestri clicca Qui..: “The Sunday of Great Masters”
Vi ringrazio per la lettura, a presto, sempre qui….sempre su On50mm.
L’intervista oggetto dell’articolo è frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se basata su fatti e argomenti veri e realmente accaduti. © Giorgio Casiello

3 Responses to “ Robert Doisneau…la mia arte tra la gente comune. ”

  1. Altra emozionante intervista. Grazie ancora sopratutto perchè immagino sia molto difficile realizzarne una a settimana e lo sarà sempre più, specie mantenendo questi canoni qualitativi. Grande Giorgio, bravissimo.

  2. http://www.provincia.milano.it/cultura/manifestazioni/oberdan/robert_doisneau/index.html

    Credo possa interessare 😉

    Bel blog, appena scoperto e ancora da esplorare.

    • Grazie mille della segnalazione, credo che nel breve termine possa essere utile ai lettori di On50mm…una mostra su Doisneau è sempre qualcosa di emozionante e imperdibile!! Da vedere assolutamente !!

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