Vado anch’io in guerra, ma impugnando una macchina fotografica. Robert Capa.

Bentrovati ancora una volta con il nostro consueto appuntamento domenicale con “The Sunday of Great Masters”.
L’ospite che oggi intervistiamo nella forma della ormai tipica intervista immaginaria è uno dei padri fondatori del fotogiornalismo mondiale e della fotografia di reportage, potremmo addirittura definirlo uno dei primi grandi, veri, maestri e esponenti della fotografia di reportage di guerra nei più importanti teatri bellici del novecento.
Parliamo del grande Robert Capa (1913 – 1954), ungherese di nascita ma vero cittadino del mondo per adozione.

D: Ringraziamo l’ospite che è qui con noi per la nostra consueta intervista domenicale con i grandi maestri…Lui è uno dei più importanti e dei più acclamati fotografi del mondo del reportage e del fotogiornalismo, accogliamo con grande onore e piacere mister Robert Capa….
R: Grazie grazie…non frequento molto posti come questo, nonostante ciò mi sento molto a mio agio…vi ringrazio per avermi invitato e per i vostri lusinghieri complimenti….Grazie davvero.

D: Mister Capa vuole accennare un po’ la sua vita, la sua infanzia, gioventù…le prime esperienze??

R: Certo che si…in realtà avrei molto di cui raccontare perchè in effetti la mia gioventù è stata abbastanza movimentata e ricca di avvenimenti. cercherò di essere quanto più sintetico e esaustivo possibile. Allora…bene inizio presentadomi. Il mio vero nome è Endre Ernő Friedmann e sono nato a Budapest, in Ungheria, nel 1913. In Ungheria nel periodo della mia giovinezza governava una dittatura di estrema destra, che opprimeva la mia gente e prevaricava i suoi diritti. Proprio per non dover vivere sotto i dettami di tale dittatura lasciai la mia casa a 18 anni. Fui implicato anche nelle proteste contro il Governo, militando nel Partito Comunista locale. Fu così che, stanco della situazione insovvertibile e insopportabile del mio paese, decisi di scappare e rifugiarmi in Germania. Mi stabilii a Berlino. All’inizio decisi che mi sarei dedicato alla letteratura, magari diventando uno scrittore, ma ben presto fui catturato da quella cosa meravigliosa che è l’arte fotografica.

D: Anche lei, come molti altri grandi fotografi del Novecento ha subito quello che sarà l’odio Nazista…

R: Esatto…anche io. Avendo origini ebraiche non era più sicuro continuare a vivere in quello che poi diventerà il centro dell’impero che è stato il Terzo Reich. Così nel 1933 decisi di andare via ancora una volta, ancora una volta lasciare tutto ciò che mi era divenuto caro per andare a vivere in un altro posto. Mi traferii in Francia, dove mutai il mio nome appunto in Robert Capa, un nome facile da pronunciare e assonante al cognome del famoso regista americano Frank Capra. Inizialmente in Francia non riuscii a trovar un posto come fotografo e giornalista freelance. D’altronde in momenti ciritici come quelli tutto poteva esserci tranne un clima di normalità, in tutti i settori.
Decisi quindi di farmi passare per “americano“, e quindi anche grazie all’aiuto della mia fidanzata che fungeva da “intermediaria“, riuscii a vendere le mie prime foto, spacciate appunto come le foto “del grande fotografo americano Robert Capa“.

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D: Signor Capa lei è entrato nella storia del fotogiornalismo e del reportage fotografico …ci può spiegare la sua partecipazione ai conflitti da cosa era spinta, cosa in realtà le faceva superare la paura della morte in battaglia come un comune soldato….?
R: E’ una domanda che mi hanno posto in molti. Dopo aver fatto qualche lavoretto in Francia decisi, insieme alla mia compagna Gerda Taro, anch’essa fotografa, e all’amico David Seymour di partire per la Spagna dove stavano avendo luogo scontri armati tra repubblicani e militari del Governo franchista. Fu così che tra il 1936 e il 1939 viaggiammo attraverso parecchi luoghi della Spagna, documentando quello che era lo scontro, quella che era la battaglia, quella che era la Guerra.

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D: Fu proprio nel periodo in cui lei documentò le atrocità della guerra in Spagna che riusci a catturare la Morte stessa in una foto…
R: Eravamo nella località di Cerro Muriano, nei pressi di Cordova, e truppe di franchisti avevano attaccato un gruppo di repubblicani, che a loro volta avevano risposto al fuoco. Io, seguendo il mio istinto, iniziai ad avvicinarmi, sotto alla pioggia di proiettili, alla posizione dei repubblicani. Appena trovavo un punto leggermente riparato mi fermavo e scattavo. Fu proprio nel momento in cui scattai la foto a un repubblicano impegnato nel combattimento, che questo ebbe un improvviso sussulto e fece un balzo disarticolato all’indietro, colpito mortalmente da una pallottola nemica. Al momento non realizzai la cosa, ma si, in quello scatto fotografai la Morte che coglieva quell’uomo. Alcuni hanno fatto ipotesi e supposizioni sulla veridicità di questa immagine. Io posso solo rispondere che non c’era bisogno di inventare nulla…la realtà di quelle orrende stragi era sotto gli occhi di tutti. Io ho avuto il sangue freddo di raccontarle da vicino attraverso la mia macchina fotografica Leica. Potrei citare una mia affermazione a riguardo : “Per scattare foto in Spagna non servono trucchi, Non occorre mettere in posa. Le immagini sono lì, basta scattarle. La miglior foto, la miglior propaganda, è la verità.”

D: Ha successivamente partecipato a numerosi altri conflitti, anche rischiando numerose volte la vita esponendosi in prima persona tra i soldati in prima fila…giusto?
R: SI. Dopo essere andato via dalla Spagna tornai per un preiodo in Francia, dove feci alcuni altri lavori. Ma presto anche l’America dichiarò guerra all’alleanza italo-tedesca e quindi mi recai negli USA, a New York, per poter intraprendere il percorso insieme ai soldati americani lungo la rotta che li avrebbe portati in guerra in Europa. Fui così imbarcato su una portaerei e partecipai a numerose operazioni belliche americane, documentandole per conto di giornali a cui spedivo poi i rullini, uno tra tutti il famosissimo LIFE. Documentai numerose operazioni in Africa del Nord e in Europa. Parteicpai in prima persona nello sbarco degli americani in Sicilia, paracadutandomi di notte con alcuni soldati di prima linea sulle coste sicule. Rimasi intrappolato su un albero, con il rischio di essere sparato fino alla mattina successiva. Era uno dei pochi modi che avevo per poter documentare per primo i fatti che avvenivano nelle prime linee, spesso più cruenti e sanguinosi di quelli che invece si potevano immaginare quando poi arrivava il grosso dell’esercito. E’ davvero brutta la guerra, è brutto quello che lascia nel cuore degli uomini, ed è brutto quello che lascia come segno nel mondo…io tuttavia credo che «La guerra è un inferno che gli uomini fabbricano da soli», poichè è l’uomo stesso che ha creato la guerra , è l’uomo stesso che ha creato da sè il mezzo della propria distruzione.
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D: Ha partecipato anche in prima persona al famosissimo sbarco in Normandia, nel D-Day…
R: SI, anche in quel caso ho voluto rischiare e sono sbarcato insieme ai ragazzi di prima linea sulla spiaggia di Omaha beach in quella enorme operazione bellica che è stato lo sbarco in Normandia da parte degli Americani. Volli testimoniare il massacro, il dolore, la morte, l’inutilità del male. E lo volli fare stando vicino a quei ragazzi, che morivano intorno a me come mosche, e lentamente il mare si tingeva di rosso. Tuttavia la serie di rullini che racchiudevano gli scatti dello sbarco in Normandia furono rovinati nello sviluppo. Rovinati in una maniera abbastanza pesante molti furono così buttati, in seguito verranno recuperati solo 11 scatti, pubblicati poi in un libro chiamato “Slightly out of focus” (leggermente fuori fuoco). Tutti questi scatti presentavano in seguito all’errore di sviluppo un leggero sfocato, ma nonostante quello trasmettevano pienamente tutta la brutale violenza insita nella battaglia, tanto che addirittura quando la rivista LIFE ci fece un articolo mise in copertina le meno crude e strazianti, anche per introdurre il lettore a quelli che erano gli spazi e la dimensione di quell’attacco.
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D: Tornato in Europa ha poi deciso di aprire un’agenzia fotografica oggi tra le maggiori al mondo, la Magnum Photo.

R: Si, è stato un progetto che ho lanciato con i miei colleghi e compagni Henri Cartier-Bresson, David “Chim” Seymour e George Rodger. Con loro infatti, di comune accordo, decidemmo di aprire questa agenzia fotografica, affinchè diventasse punto di riferimento per tutti i migliori fotoreporter del mondo. Oggi è appunto una delle più grandi e importanti agenzie, che annovera tra i suoi soci personaggi del calibro di McCurry, Scianna, e molti altri.

Ricordiamo che a nome di Robert Capa viene assegnato ogni anno un prestigiosissimo premio mondiale che appunto và al miglior foto-reporter di guerra, capace di affrontare con sangue freddo le avversità e il pericolo, riuscendo a inviare documentazioni eccezionali sulle atrocità che la guerra sempre comporta. Citando la definizione del Robert Capa Gold Medal il premio và appunto per “il miglior reportage fotografico dall’estero, per realizzare il quale siano stati necessari eccezionali doti di coraggio e intraprendenza”.

Ringraziamo altresì Robert Capa per la gentile offerta del suo prezioso tempo, dedicandola appunto a raccontare in maniera semplice quella che è stata la sua vita. Come dice il suo biografo ufficiale Richard Whelan : “nonostante realizzasse le sue fotografie per sostenere le cause di coloro nei quali egli credeva fermamente, come gli antifascisti spagnoli, i cinesi, gli alleati della seconda guerra mondiale, gli ebrei durante la guerra di indipendenza israeliana, paradossalmente testimoniava la propria simpatia ad entrambe le parti in conflitto … Sebbene, alcuni di questi soldati rappresentassero «il nemico», essi erano anche vittime, in quanto esseri umani, delle orrende strategie della guerra”.

N.B. se vuoi visionare altre foto di Robert Capa visita qui :
Magnum Photo album
– TIME , World at War
America at War
Materiale fotografico articoli : Magnum photo, Web.

Per leggere le precedenti interviste con i Grandi Maestri clicca Qui..: “The Sunday of Great Masters”
Vi ringrazio per la lettura, a presto, sempre qui….sempre su On50mm.
L’intervista oggetto dell’articolo è frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se basata su fatti e argomenti veri e realmente accaduti. © Giorgio Casiello

3 Responses to “ Vado anch’io in guerra, ma impugnando una macchina fotografica. Robert Capa. ”

  1. Bello l’articolo, grandiose le foto.

  2. Una delle migliori interviste fin’ora, se non la migliore!

  3. Felicissimo che sia piaciuto tanto questo nuovo articolo, ce l’ho messa tutta per lasciar trasparire quello che è stato Capa e la sua fotografia. In particolare…cosa vi è piaciuto?? Di modo che si possa fare sempre meglio in futuro…

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