Ansel Adams…l’emozione, il concetto, la tecnica.

ansel adamsCome ormai è tradizione, presenteremo in questa fredda domenica di novembre un nuovo Grande Maestro, un personaggio che con la sua vita, la sua interpretazione dell’arte e con la sua tecnica ha influenzato coloro che lo hanno succeduto, lasciando un’impronta tale nella storia della fotografia da meritarsi all’unanimità il plauso mondiale.
Stiamo parlando di Ansel Adams (1902-1984), icona mondiale, notissimo per le sue foto naturalisticherealizzate nei numerosi parchi americani della West Coast.
Ma iniziamo la nostra intervista immaginaria a questo nuovo “ospite”.

D:Buongiorno Signor Adams, un caldo benvenuto e un sincero ringraziamento per essere qui oggi con noi…
R:Grazie a voi. Sono sempre felice di poter condividere con altre persone la mia storia e le mie esperienze.

D:Cominciamo parlando un po’ della sua vita ?
R:Va benissimo… Mi chiamo Ansel Easton Adamse sono nato a San Francisco nel 1902. Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia benestante, che mi ha permesso di avere un’infanzia felice e agiata. Tuttavia da piccolo ero molto solitario e irrequieto, e preferivo godermi gli spettacoli della natura piuttosto che trastullarmi con giochi più adatti alla mia età…
A causa proprio della mia irrequietezza non fui ammesso alle scuole primarie a 12 anni ( lo ammetto ero davvero un piccolo cattivello) e quindi i miei genitori assunsero per me un insegnante privato. Importante per la mia formazione fu la visita alla “Panama-Pacific International Exposition” nel 1915. Mio padre infatti mi regalò un biglietto pretendendo che andassi a visitare l’esposizione; diceva infatti che quelle esperienze erano importanti per una buona crescita. Ci andai… E fu davvero memorabile. Nel frattempo proseguivo i miei studi ma decisi di fermarmi alla terza media perché sapevo che la scuola non era per me.

D:In gioventù lei si appassionò alla musica, prima che alla fotografia, giusto?

ansel adams

R:Sì, è vero… All’età di 12 anni mi appassionai al pianoforte e alla musica in generale. Era una passione forte, travolgente, che mi portò addirittura a seguire dei maestri per approfondire lo studio. Anche se poi più in avanti avrei preferito la fotografia alla musica, sarò sempre grato a quei tempi e a quei momenti di studio e dedizione, perchè proprio quella dedizione, quella carica, quel rigore nell’apprendimento, posero le basi del mio carattere e placarono quella irrequietezza che aveva segnato la mia gioventù…

D:Poi però ha conosciuto le meraviglie della fotografia…
R:Avvenne verso i 14 anni, quando visitammo, io e i miei genitori, lo Yosemite National Park. Fu un’esperienza che mi colpì nel profondo e che suscitò in me un senso profondo di ammirazionenei confronti della natura e del creato. Poco tempo dopo mio padre mi regalò la prima macchina fotografica, una Kodak “Brownie”. Solo dopo un anno da quella data, con una macchina fotografica migliore e un treppiede, tornai allo “Yosemite Park”.
Lì, in giornate assolate, in freddissime mattinate, sopportando il vento e i pericoli, inziai a sperimentare nuovi scatti, nuove composizioni, nuove tecniche anche di elaborazione in camera oscura. Molti sono stati infatti gli esperimenti che mi hanno portato, tempo dopo, ad una tecnica di sviluppo ed esplicazione del bianco e nero, chiamata sistema zonale.

D: Ci può spiegare in breve in cosa consiste tale tecnica definita appunto “sistema zonale”?
R: Certo. Il sistema zonale è unatecnica utilizzata per rendere, nella stampadi una foto, la gamma tonale presente in natura e che il nostro occhio, superba e superlativa macchina da presa, riesce a cogliere. Lavorando in bianco e nero, si nota come l’intera gamma di colori possa essere riprodotta in monocromatico dal nero più puro fino al bianco più candido, attraverso “gradi” di grigio man mano meno scuro.

ansel adams
Questo diagramma composto da dieci “livelli” di luminosità (dove un livello differisce dall’altro di uno stop ) rappresenta il range tonaledi uno scatto. Il livello V rappresenta il famoso “grigio 18% KODAK”.

Il concetto che sta alla base del sistema zonale è che in una stampa quello che vediamo non riproduce fedelmente la realtà registrata grazie alla macchina. Questo perchè in realtà il range tonale di una stampa di qualità non riesce a simulare alla perfezione quello che vede il nostro occhio a causa di limiti tecnologici e fisici. In sede di stampa il massimo “scarto di luminosità”, ossia la differenza tra il punto più luminoso e meno luminoso di una foto è 7 stop.

Ciò significa che se scattiamo una foto a un soggetto che presenta, tra il punto più chiaro epiù scuro, meno di 7 stop riusciamo a distinguere tutti i dettagli; viceversa se la scena che riprendiamo riporta uno scarto maggiore di 7 stop (ad esempio una casa in controluce ), avremo ben resa solo la parte direttamente esposta. Questo vuol dire che, regolando l’esposimetro sulle zone chiare avremo esse ben dettagliate e di contro neri uniformi e piatti, mentre avverrà l’esatto contrario se decideremo di esporre sulle zone scure, con bianchi puri indistinguibili.
ansel adamsIn questo caso (a sinistra), ad esempio a causa dell’elevato scarto di luminosità, sia le parti più scure hanno perso dettaglio in un nero puro, sia le più chiare in un bianco puro. Ecco che concludo in breve dicendo che per riparare a questa tipica situazione ho introdotto questo “sistema”, che permette di cercare di ottenere in uno scatto quanti più dettagli possibili, in un anelito al realismo che non ha fine.
Nel libro “The Print”ansel adams, ho spiegato le mie conoscenze riguardo alla stampa, utile per chi volesse approfondire l’argomento.
D: Che altre esperienze in ambito fotografico fece da giovane?
R: Da giovane sperimentavo vari generi di fotografia e varie tecniche, ma anche l’incisione, l’effetto soft-focus, alcuni processi particolari in camera oscura (che all’epoca era ancora la mia buia cantina), e altre particolarità proposte dai cosiddetti“fotografi pittorici”, cioè fotografi che cercavano di mettere sullo stesso piano molte arti contemporaneamente come la fotografia, la pittura, il ritocco. Io tuttavia, appunto dopo una prima fase di sperimentazione, abbandonai tali ricerche per dedicarmi alla mia passione, e cioè i bei paesaggi, le scene dai grandi contrasti e dalle esposizioni studiate ad arte, per giungere alle mie lunghe serate passate in camera oscura lavorando sui miei fotogrammi.
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D:Può parlarci delle ultime esperienze della sua carriera mister Adams ?
R:Nel 1927 decisi di creare un mio portfolio, in modo da poter permettere a un pubblico più vasto di conoscermi. È per questo che mi impegnai a fondo per produrre immagini davvero degne di nota. Famosa fu una mia frase all’epoca:“I had been able to realize a desired image: not the way the subject appeared in reality but how it felt to me and how it must appear in the finished print”,  cioè, in breve, ero riuscito a ottenere quel che volevo. Non l’immagine nella sua somiglianza alla realtà ma l’immagine come prodotto finale del processo fotografico. Maturai sempre più una fede ambientalistica, volta appunto a preservare gli immensi doni che Madre Natura ci ha fatto, e che io ho tentato di riprodurre nei miei lavori. È anche per questo che iniziai a organizzare gite nei grandi parchi americani, gite anche piuttosto lunghe, ma dall’aspetto ricreativo e rinnovante dello spirito del tutto unico e inimitabile.

D:È stato da lei introdotto il concetto di prefigurazione dell’immagine nella mente di chi si appresta a scattare, tema a lei caro. Può parlarcene ?
R:Iniziai a credere nella prefigurazione dell’immagine che si voleva ottenere già prima di scattarla, e sapessi che grande orgoglio e soddisfazione quando la stampa finale rappresentava proprio quello che avevo in mente ancor prima di premere il click meccanico della macchina fotografica! È una capacità, o abilità, che si impara con il tempo e con molta esperienza, ma riesce a ripagare in maniera sublime tutti gli sforzi.

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D:Per concludere, lei ha scritto molto e ricevuto molti premi e onoreficenze…
R:Oh sì, mi hanno premiato in molti , e ne vado fiero… Addirittura mi hanno intitolato un massiccio della catena montuosa all’interno del Parco Nazionale dello Yosemite, a me carissimo. Oggi c’è un Monte Ansel Adams in mia memoria. Mi appassionai sin da giovane alla stampa, e di conseguenza anche alla stesura di libri e manuali, ovviamente sulla fotografia. Alcuni che potrei citare sono: “400 Photographsansel adams e “Ansel Adams in the National Parks: Photographs from America’s Wild Placesansel adams, oltre a molti altri, sia a carattere puramente visuale che libri dove illustro le mie tecniche e i miei segreti.

Ringraziando il signor Adams per la sua partecipazione all’intervista della “Sunday of great Masters”, vi lascio e vi aspetto alla prossima domenica con un nuovo illustre personaggio del mondo fotografico.

N.B. Per visualizzare altri lavori di Ansel Adams puoi visitare QUESTA pagina, oppure QUESTA, pagina dello studio da lui lasciato in eredità alla figlia.

Per leggere le precedenti interviste con i Grandi Maestri clicca Qui: “The Sunday of Great Masters”
Tornate a trovarci presto cari amici di On50mmBuona luce.

L’intervista oggetto dell’articolo è frutto dell’immaginazione dell’autore, anche se basata su fatti e argomenti veri e realmente accaduti. © Giorgio Casiello

2 Responses to “ Ansel Adams…l’emozione, il concetto, la tecnica. ”

  1. Ho espresso i miei complimenti su questa intervista in altra sede ma non posso che rinnovarli nel blog, con l’augurio più grande che si possa dare alla nascita di un lavoro ben fatto che ha ancora da esprimere tutte le proprie potenzialità! Spero anche che l’idea delle interviste immaginarie possa continuare: è un modo magnifico e piacevole per imparare cose nuove.

  2. Mi dà grande soddisfazione il tuo apprezzamento martino !!!..L’idea delle interviste immaginarie mi è venuta pensando a un metodo che alleggerisse la lettura rendendola anche piacevole. Da quanto mi pare di capire questa scelta è stata apprezzata e allora si continua su questa strada !!

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